
Dal 16 luglio 2026, l’attesa è finalmente finita. Debutta nelle sale italiane Odissea (The Odyssey), la nuova fatica cinematografica da 250 milioni di dollari firmata da Christopher Nolan. Girato interamente con telecamere IMAX 70mm, il film si presenta come uno spartiacque visivo, un’esperienza sensoriale mastodontica che punta a ridefinire il genere epico-mitologico.
Il mito omerico ha da sempre affascinato la settima arte, ma raramente ha trovato trasposizioni capaci di bilanciare la fedeltà filologica con la spettacolarità hollywoodiana. Tra le precedenti illustri trasposizioni cinematografiche del mito omerico é impossibile non citare l’Ulisse di Mario Camerini (1954), interpretato da un memorabile Kirk Douglas. Un’opera che, pur con i limiti tecnici dell’epoca, restituiva la carnalità e l’astuzia del personaggio omerico. Nel 2004, invece, arriva il kolossal moderno di Wolfgang Petersen che tentò la strada del realismo storico-militare con Troy. Pur concentrandosi sull’Iliade, il film soffriva di un’eccessiva semplificazione hollywoodiana, trasformando l’ira di Achille e i capricci degli dei in un blockbuster d’azione muscolare privo di afflato metafisico.
Oggi Nolan, invece, tenta la strada opposta. Non cerca il “realismo sporco”, ma eleva il viaggio di Odisseo, interpretato da Matt Damon, a un’odissea esistenziale, dove il tempo, la memoria e l’ignoto si fondono sulle note della colossale colonna sonora di Ludwig Göransson.
Se dal punto di vista tecnico e registico Nolan si conferma un maestro indiscusso della tensione e della spettacolarità visiva, l’opera non è esente da scelte che stanno facendo discutere critica e pubblico. In primis la discussa decisione di casting che vede l’attrice Premio Oscar Lupita Nyong’o vestire i panni di Elena di Troia (oltre a quelli di Clitennestra). Critiche anche per la mancanza del celebre dialogo con Polifemo, per l’epico attraversamento di Scilla e Cariddi e per l’eccessivo appiattimento dei ruoli femminali. Un peccato, infatti, che il ruolo di Calipso sia stato limitato a quello di semplice consulente psicologica e che Circe non riesca a esprimere tutta la sua prismaticità.
Ma queste, purché vere, restano critiche sterili e infeconde che perdono di vista la questione più importante: la riscrittura del mito è necessaria alla sua sopravvivenza. Se l’uomo contemporaneo smettesse di empatizzare con l’eroe mitologico, il mito cadrebbe nel dimenticatoio. E Nolan, infatti, ci regala un Ulisse completamente diverso da quello omerico, umano e dilaniato dai sensi di colpa, un Ulisse con cui è impossibile non empatizzare perché tutti, nel corso della vita, cercano di tornare alla propria Itaca. Il film trasforma, infatti, il viaggio di ritorno ad Itaca in un’esplorazione psicanalitica della memoria, del trauma e del limite umano.
La frattura con Omero: Il peso del senso di colpa
Tuttavia, sotto la superficie tecnica monumentale e le geometrie visive spettacolari, emerge un’operazione filologica ed ermeneutica precisa: l’Ulisse incarnato da Matt Damon non è l’eroe omerico, ma una sua rilettura dantesca e squisitamente moderna. Nell’Odissea omerica, Odisseo è l’uomo del multiforme ingegno (polytropos), guidato dalla metis (l’astuzia pratica) e sorretto dalla bramosa volontà di proteggere il proprio nostos (il ritorno) e il proprio onore (timê). Nel poema classico, le sofferenze e la perdita dei compagni sono attribuite all’infausta sorte, all’ira di Poseidone o alla stoltezza degli stessi uomini (come nel caso dei buoi del Sole). L’Ulisse classico soffre, piange sui lidi di Calipso, ma non legge le proprie azioni sotto la lente del peccato o del senso di colpa interiorizzato. La sua morale appartiene a una civiltà della vergogna, non della colpa. Nolan ribalta questo paradigma. Il suo Ulisse è logorato dai fantasmi della carneficina di Troia. Lo stratagemma del Cavallo non è celebrato come il trionfo dell’ingegno, ma vissuto come il peccato originale di un’ecatombe che tormenta le sue notti.

L’eredità dantesca: L’Ulisse del Canto XXVI
Questa declinazione drammatica affonda le sue radici direttamente nel Canto XXVI dell’Inferno di Dante:
«Fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza.»
Nel poema dantesco, Ulisse non è più l’eroe del ritorno, ma il consigliere frodatore spinto dall’ostinazione di superare i limiti umani (il “folle volo”), destinato al naufragio e alle fiamme dell’Inferno.
Nolan adotta la medesima struttura etica. Il suo Ulisse soffre di una lacerazione interiore di matrice dantesca e cristiana: Il desiderio di spingersi oltre (Circe, le Sirene, l’ignoto) si traduce nella consapevolezza di aver condotto la propria flotta alla rovina, il rimorso per i compagni caduti (Euriloco, Polite) non è semplice lutto, ma la presa di coscienza di aver sacrificato vite umane sull’altare del proprio ingegno e della propria ambizione.

Il parallelo critico: Ulisse e Oppenheimer
L’operazione di Nolan diventa ancora più chiara se letta in continuità con la sua opera precedente, Oppenheimer (2023). I due protagonisti sono idealmente due facce della stessa medaglia. Entrambi, infatti, sono architetti della distruzione: Come J. Robert Oppenheimer sintetizza la fisica teorica per creare un’arma di distruzione di massa (la bomba atomica), Ulisse progetta l’inganno perfetto (il Cavallo di Troia) per violare le mura inespugnabili della città. Sia Ulisse che il padre dell’atomica soffrono dell’effetto Prometeo: sbloccano un potere che altera irrimediabilmente il mondo circostante, per poi rendersi conto di non poter più controllare le fiamme che hanno appiccato. Se Oppenheimer, inoltre, è perseguitato dalle visioni dell’implosione e dai volti scorticati dalla radiazione, l’Ulisse di Nolan guarda l’orizzonte marino vedendovi le ombre dei compagni annegati e le fiamme di Ilio. Ad accomunarli anche l’isolamento dell’intelletto: sono uomini tragicamente soli, la cui genialità si converte in una gabbia morale da cui né l’assoluzione della storia né il ritorno a casa possono affrancarli.
Odissea, dunque, conferma la predilezione di Nolan per la scomposizione della psiche e del tempo. Sostituendo il mito del trionfo con un’epica del rimorso, il regista firma una tragedia sulla responsabilità intellettuale e morale che trascende Omero e incontra la sensibilità contemporanea, offrendo una visione potente di come l’ambizione umana porti inevitabilmente con sé il peso insopportabile del senso di colpa.
