
Tra maieutica del dolore e spettacolo della distruzione: come Fincher e le Wachowski hanno raccontato la tentazione totalitaria dell’anarchia.
All’inizio del XXI secolo, il cinema mainstream americano e britannico si è trovato a masticare una strana forma di nichilismo pop. Tra il 1999 e il 2005, due pellicole sono riuscite a penetrare nell’immaginario collettivo trasformandosi da film d’intrattenimento a veri e propri manifesti di protesta: Fight Club (David Fincher, 1999) e V per Vendetta (James McTeigue / Le Wachowski, 2005).
A una prima occhiata, le differenze sembrano nette: il primo è un dramma grottesco e viscerale ambientato nei bassifondi dell’America consumista; il secondo è una favola distopica dal gusto gotico inserita in una Gran Bretagna neo-fascista. Eppure, sotto la superficie estetica, entrambe le opere condividono la stessa matrice ideologica, la stessa mitologia del martirio e gli stessi letali paradossi.
La diagnosi dell’anestesia contemporanea
Tanto il Narratore di Fight Club quanto la popolazione di Londra in V per Vendetta soffrono della medesima patologia esistenziale, ovvero l’anestesia. In Fight Club, l’oppressione è immateriale e pervasiva. Il nemico non si presenta con le forme di una dittatura militare, ma con quelle del tardo capitalismo. L’uomo moderno viene privato di uno scopo trascendente e sistematicamente addormentato da cataloghi di arredamento, cibo pronto e sedativi sociali. È la rappresentazione di una crisi d’identità in cui la prigione ha le pareti dorate costruite con il proprio stipendio.
In V per Vendetta, invece, la prigione è tangibile e istituzionalizzata. Il regime di Adam Sutler sfrutta la paura della guerra e della malattia per instaurare un sistema di controllo totale dove la popolazione scambia volentieri la propria libertà per una finta sensazione di sicurezza. In entrambi i mondi, la diagnosi è la medesima: la società non può essere riformata dall’interno, ma ha bisogno di un risveglio traumatico.

Il battesimo del fuoco e la cura del dolore
La cura proposta dalle due pellicole non passa mai attraverso un dibattito politico, bensì attraverso un battesimo del fuoco fisico e psicologico. Sia Tyler Durden che V agiscono come profeti violenti, maestri che applicano una maieutica brutale sui propri adepti per de-condizionarli. La celebre massima di Tyler, secondo cui è solo dopo aver perso tutto che si è liberi di fare qualsiasi cosa, trova il suo esatto specchio nel percorso di Evey Hammond. La sequenza della finta prigionia orchestrata da V, durante la quale Evey viene isolata, spogliata della propria identità e condotta al limite della disperazione, persegue il medesimo obiettivo della bruciatura da liscivia inflitta sulla mano del Narratore.
Per entrambi gli autori, l’individuo contemporaneo è troppo indebolito dalle strutture sociali per liberarsi da solo: deve prima toccare il fondo, accettare il dolore e morire simbolicamente per poter rinascere privo di paura.

L’anonimato come arma di massa
In quest’ottica di azzeramento, la sovversione rifiuta l’iper-individualismo moderno per abbracciare l’arma dell’anonimato. Il protagonista di Fight Club non viene mai identificato con un nome proprio nei crediti della pellicola, rimanendo l’Uomo Qualunque, mentre Tyler Durden si trasforma da persona fisica a contagio filosofico che si propaga nei sottoscala di tutta la nazione. Parallelamente, V indossa costantemente la maschera di Guy Fawkes per cancellare la sua precedente identità di vittima del regime, sintetizzando il suo credo nell’idea che le idee siano a prova di proiettile. L’individualità viene sacrificata sull’altare del simbolo anche nella costruzione della massa. Il Progetto Caos impone ai suoi membri una divisa nera e l’obbligo di non porre domande, azzerando le identità personali in favore del collettivo. Allo stesso modo, il climax di V per Vendetta vede una moltitudine di cittadini marciare verso il Parlamento indossando la medesima maschera del proprio liberatore. In entrambi i casi, la popolazione ritrova la propria forza e la propria voce soltanto quando rinuncia all’io per farsi esercito anonimo.
Il paradosso del fascismo sovversivo
È proprio in questo snodo che un’analisi critica rivela la contraddizione interna più affascinante delle due opere. Pur presentandosi come inni alla libertà personale e all’anarchia, sia Fight Club che V per Vendetta mettono in scena dinamiche pericolosamente vicine al totalitarismo che pretendono di combattere. Il Progetto Caos nasce come valvola di sfogo per uomini alienati ma degenera rapidamente in una setta paramilitare basata sul lavaggio del cervello, sul culto del leader e sull’obbedienza cieca. V, per quanto citi Shakespeare e ascolti la grande musica classica, rimane un terrorista e un manipolatore psicologico che ottiene la devozione di Evey attraverso una forma di trauma indotto. La loro rivoluzione non offre mai un programma politico strutturato o un’idea di ricostruzione, ma predilige lo spettacolo della distruzione: la demolizione dei grattacieli delle compagnie finanziarie e l’esplosione del Parlamento britannico risolvono la complessità della politica attraverso un grande atto pirotecnico.

Il riassorbimento nel sistema e il lascito culturale
La grande ironia condivisa da queste due opere risiede infine nel loro destino commerciale e culturale. Prodotte dalle stesse grandi corporazioni mediatiche che i film pretendevano di smantellare, entrambe le pellicole sono state riassorbite dal sistema consumistico. La maschera di Guy Fawkes è diventata un gadget globale venduto a milioni di esemplari per ogni tipo di manifestazione, mentre la figura di Tyler Durden è stata spesso fraintesa ed elevata a icona proprio da quella cultura patriarcale e aggressiva che il film intendeva satirizzare. Ciononostante, il loro valore all’interno della storia del cinema resta innegabile. Fight Club e V per Vendetta rimangono due specchi deformanti eccezionali, capaci di raccontare quanto sia profondo il desiderio umano di evadere dalle prigioni della modernità, ma anche quanto sia sottile il confine che separa la ricerca della libertà dalla tentazione dell’assolutismo.
