Tra l’eterno ritorno nietzschiano e il gioco al massacro di coppia: la lucida e disturbante radiografia di un’umanità senza più bussola culturale.
Esiste un’algebra spietata nei sentimenti moderni, un’aritmetica del cinismo che riduce l’amore a un gioco a somma zero. È questa la tesi di fondo di Lovers, il lungometraggio del 2018 scritto, diretto e montato da Matteo Vicino. Configurato come un raffinato teorema geometrico diviso in quattro capitoli, il film utilizza lo stesso nucleo di attori (tra cui spiccano Primo Reggiani, Margherita Mannino, Luca Nucera, Antonietta Bello e il compianto Ivano Marescotti) per mettere in scena non quattro storie diverse, ma quattro rifrazioni dello stesso identico dramma: l’incapacità costitutiva dell’essere umano contemporaneo di amare al di là del proprio riflesso.
Il cerchio e l’eterno ritorno delle dinamiche di coppia
Il primo elemento a colpire lo spettatore è la struttura rigorosamente simmetrica dell’opera. Vicino non sceglie una narrazione lineare, ma sposa l’idea nietzschiana dell’eterno ritorno. Le coppie mantengo solo i nomi, ma cambiano professione e contesto sociale, eppure si muovono all’interno di un loop emotivo inscalfibile.
Il movimento impresso alla pellicola è rigorosamente circolare: ogni inizio porta in sé i germi della distruzione e ogni fine si riaggancia, per inerzia morale, a un nuovo inizio identico al precedente. Non c’è evoluzione, non c’è catarsi. I personaggi di Lovers sono condannati a ripetere gli stessi errori perché schiavi di un copione relazionale automatizzato, dove il partner non è un soggetto da scoprire, ma un oggetto da possedere o un palcoscenico su cui esibire le proprie nevrosi.
Il valzer dei ruoli: vittime e carnefici senza bussola
Nel dipanarsi delle quattro vicende, il regista si diverte a mescolare le carte del potere interpersonale. Chi nel primo episodio subisce l’inganno si trasforma, nel successivo, nell’architetto della rovina altrui. Vittima e carnefice, tradito e traditore, diventano maschere intercambiabili dello stesso ballo in maschera.
Questo gioco di specchi distrugge la rassicurante dicotomia hollywoodiana del “buono” contro il “cattivo”. In Lovers, il tradito non è mai immune da colpe: la sua sofferenza è spesso la diretta conseguenza di una cecità narcisistica o di una latente volgarità d’animo. Quando il carnefice colpisce, lo fa per vendetta, gelosia o pura noia, finendo per infettare la vittima con lo stesso identico veleno. Il tradimento si svuota così di qualsiasi barlume di passione erotica o ribellione romantica, riducendosi a mero colpo basso, a una mossa strategica per ristabilire un primato di dominanza psicologica.

Il vuoto pneumatico tra svalutazione culturale e declino dei valori
Ciò che rende Lovers un’opera profondamente disturbante – pur sotto la veste di una commedia dai toni acidi e grotteschi – è lo sfondo socioculturale su cui si muovono i protagonisti. Bologna, tradizionalmente culla di cultura e umanesimo, viene qui fotografata come un set asettico in cui consumare una strisciante apocalisse dei valori.
I dialoghi, affilati e sferzanti, mettono a nudo lo svalutamento totale dell’intelletto a favore del profitto e della gratificazione istantanea. Emblematica è la citazione di Edgar Allan Poe posta in apertura dal regista:
“L’ignoranza è una benedizione, ma affinché la benedizione sia reale, l’ignoranza deve essere così profonda da non sospettare neppure di se stessa.”
I personaggi si muovono in un analfabetismo emotivo strutturale, dove i libri diventano armi contundenti (letteralmente e metaforicamente) e la cultura viene vista come un vezzo inutile o un ostacolo alla scalata sociale. I sentimenti sono mercificati, ridotti a brand, a status symbol da ostentare.
Lovers non è un film consolatorio. La regia di Matteo Vicino esaspera i toni, a tratti sfiorando il didascalismo, pur di dimostrare la validità del suo teorema. Rimane l’istantanea spietata di una società senza memoria storica che ignora personalità del calibro di Calvino o Pasolini. Una società che ha abolito la profondità culturale e la capacità di ascolto che si ritrova condannata a girare a vuoto nella gabbia d’oro del proprio egoismo. Un’opera lucida e profondamente disillusa che, dietro la facciata del gioco combinatorio, nasconde il vuoto a perdere dei nostri tempi.
