
Dalle macerie di Rebibbia allo specchio della precarietà: la maturità cupa e necessaria del capolavoro di Zerocalcare.
Dopo il successo di “Questo mondo non mi renderà cattivo“ e “Strappare lungo i bordi”, Zerocalcare ritorna su Netflix con la nuova serie “Due Spicci”.
Otto episodi, dalla durata massima di 50 minuti, riprendono le vicende di Zero e i suoi fidati amici non proprio da dove eravamo rimasti perché, la vita, va avanti per tutti. Sarah finalmente convive con Stella, Secco è diventato papà mentre Zero, proprio come tutti noi, fatica per restare a galla in un mondo pieno di macerie emotive e reali.
La storia ruota attorno a Zero e Cinghiale, che stavolta si trovano a gestire insieme un piccolo locale. La situazione è tutt’altro che idilliaca: i problemi economici sono all’ordine del giorno e le incomprensioni tra i due amici non fanno che aumentare, mettendo a dura prova la loro storica amicizia.
La vera svolta, e il motore del dramma, avviene quando Cinghiale si ritrova seriamente nei guai con la malavita. A far precipitare la situazione già fragile si aggiunge il ritorno improvviso di una figura misteriosa legata al passato di Zero e una serie di responsabilità inattese. Per salvare Cinghiale, Zero, e il resto dello storico gruppo di amici, sono costretti a unire le forze, nonostante le loro vite personali siano totalmente fuori controllo e disastrate.
Ma “Due Spicci” non è la serie animata a fumetti che racconta di come si esce da una brutta situazione ma uno specchio in cui ognuno di noi può specchiarsi per osservare, senza paura, le proprie macerie.
La serie affronta tematiche attuali con il piglio straziante e profondo che contraddistingue Michele Rech. I problemi esistenziali di Zero, affiancato sempre dalla sua fedele coscienza a forma di Armadillo con la voce di Valerio Mastrandrea, sono in realtà i problemi di tutti quelli nati a cavallo di una generazione complicata, troppo distante dal passato ormai irripetibile ma troppo lontani anche da un futuro inafferrabile.
I temi e lo stile di “Due Spicci”
Rispetto alle due serie precedenti, “Due Spicci”, rilasciata su Netflix il 27 maggio, è un prodotto molto più maturo che affronta un vero e proprio punto di svolta all’interno dell’esistenza del protagonista. La serie affronta in modo ancora più maturo e cupo il peso delle scelte difficili e la sensazione di una generazione a cui è quasi “impedito” di completare il percorso verso l’età adulta a causa della precarietà materiale ed emotiva. La struttura narrativa, inoltre, è molto più solida delle precedenti: Zero sarà costretto, costantemente, a fare e disfare le proprie certezze imparando a confrontarsi con le esperienze altrui per non rimanere intrappolato in una visione autoreferenziale. A contraddistinguere Zero, come sempre, è un elevato grado di empatia che lo porta a vivere sulla propria pelle i disastri delle vite altrui. Il tema principale, però, resta uno: l’amicizia che si trasforma e permane anche nell’età adulta nonostante ognuno si porti dietro le proprie macerie.

Dal bullismo alla nascita di un assassino
In “Due Spicci” c’è spazio veramente per tutto: non solo per l’agire malavitoso che distrugge con prepotenza le vite di chi incontra, ma anche per tematiche calde come il bullismo. Zero è consapevole di come, tutti i problemi che ci portiamo dentro oggi, sono in realtà i frutti di un passato lontano che nascono proprio dal nostro primissimo incontro con il mondo esterno. Personaggio chiave della serie, e vero underdog di “Due Spicci” è il personaggio di Montini. Da sempre bullizzato durante il periodo scolastico, senza amici e nessuno su cui poter contare, Montini si è chiuso in sé stesso. L’escalation, però, continua e da vittima dei bulli diventerà marionetta del clan dei Tartallegra fino all’estremo gesto finale. Con la storia di Montini, Zero, ci descrive con amarezza e lucidità come nasce un potenziale assassino, come un giovane silenzioso e vessato riesca a sporcarsi le mani di sangue tra lo sgomento generale.
Storie di amore tossico: Sarah e Smeralda
All’interno di “Due spicci”, le vicende parallele di Sarah e Smeralda diventano la lente d’ingrandimento attraverso cui Zerocalcare seziona i meccanismi logoranti dell’amore tossico, privo di quel filtro cinico che di solito alleggerisce il racconto. Da un lato, Sarah si ritrova intrappolata in una dinamica di dipendenza affettiva dove il partner prosciuga le sue ambizioni, costringendola a un costante e doloroso ridimensionamento di se stessa pur di mantenere in piedi una relazione disfunzionale. Interessante notare come l’amore tossico venga applicato anche ad amori omosessuali, troppo spesso idealizzati e, invece, anche loro soggetti alle stesse e identiche dinamiche disfunzionali degli amori etero.

Dall’altro, il percorso di Smeralda esplora i risvolti psicologici più cupi del controllo e della manipolazione emotiva, mostrando come il confine tra l’essere protetti e l’essere isolati dal mondo sia drammaticamente sottile. Smeralda, da sempre abituata a relazioni insane, si lancia nell’ennesimo caso umano diventando la donna di Paturnia, braccio destro dei Tartallegra.
Attraverso i loro occhi, la serie non si limita a fotografare la sofferenza delle due donne, ma decostruisce quei piccoli, quotidiani compromessi che si accettano in nome del sentimento, svelando come l’amore tossico non sia solo un trauma improvviso, ma un’erosione lenta e silenziosa della propria identità e libertà, da cui è possibile uscire solo spezzando un muro di vergogna e solitudine. Interessante notare anche l’inserimento nella storia del ruolo cruciale dei centri antiviolenza che, ahimè, sono troppo spesso senza fondi necessari per fornire una protezione adeguata.
Secco, il cinismo disincantato come maschera
In “Due spicci“, l’evoluzione di Secco rappresenta una delle sorprese narrative più mature e spiazzanti della serie, scardinando il suo storico ruolo di spalla comica nichilista e imperturbabile. Se nelle passate stagioni Secco era il rifugio sicuro del “s’annamo a pija ‘n gelato” di fronte alle tragedie della vita, qui la realtà bussa alla sua porta in modo violento, costringendolo a togliere la maschera dell’indifferenza. Pur mantenendo quel cinismo disincantato che lo contraddistingue, Secco si trova per la prima volta a dover fare i conti con una vulnerabilità inedita e con responsabilità concrete che non può più liquidare con una battuta. Il suo percorso si intreccia profondamente con i guai di Cinghiale e le difficoltà economiche del gruppo, rivelando un senso di lealtà e una solidità emotiva insospettabili: Secco smette di essere solo lo spettatore ironico del disastro altrui e diventa un pilastro fondamentale per la tenuta del gruppo, dimostrando che anche dietro il distacco più assoluto può nascondersi la forma più pura (e dolorosa) di protezione verso le persone che si amano.

La colonna sonora: il ritorno di Giancane come bussola emotiva
Un elemento fondamentale che consolida l’identità della serie e ne amplifica la portata drammatica è la colonna sonora affidata a Giancane. Il sodalizio artistico tra il cantautore romano e Zerocalcare trova in “Due Spicci” (e nel corrispettivo album Non ti riconosco più) la sua espressione più matura e crepuscolare. Se nelle produzioni passate le sferzate punk-rock di Giancane dettavano il ritmo frenetico delle paranoie del protagonista, qui la musica asseconda il tono più cupo e riflessivo del racconto. Attraverso variazioni elettriche ed echi elettronici che sfociano in ballate intime guidate dal pianoforte, le tracce si incastrano al millimetro con i silenzi e le disillusioni dei personaggi. La colonna sonora smette così di essere un semplice accompagnamento per trasformarsi in una vera e propria bussola emotiva: un contrappunto malinconico e potente che dà voce a quel senso di smarrimento e stanchezza generazionale, traducendo in note l’amarezza di non riuscire più a riconoscersi allo specchio.

Oltre le macerie
In definitiva, “Due Spicci” si consacra come l’opera politicamente e psicologicamente più coraggiosa di Zerocalcare, segnando il definitivo passaggio dall’analisi del trauma generazionale alla cruda accettazione del fallimento strutturale. Michele Rech non cerca la consolazione né offre facili risposte; al contrario, usa il pretesto del crime per scarnificare le ipocrisie di una società che confonde la precarietà cronica con l’immaturità individuale. Laddove le serie precedenti si aggrappavano ancora a una disperata ironia difensiva, qui il cinismo abdica in favore di una lucidità spietata, capace di illuminare tanto la violenza del mondo esterno quanto le miserie dei nostri legami più intimi. “Due Spicci” non è solo il racconto di come si provi a restare a galla quando tutto affonda, ma la dimostrazione di come l’animazione italiana possa farsi specchio sociale necessario, doloroso e, proprio per questo, straordinariamente autentico.
Un’opera che fa male, ma da cui è impossibile distogliere lo sguardo.
