Tra il fascino intramontabile di Siviglia e la sindrome di Stendhal, la seconda stagione dello spin-off Netflix si perde in un labirinto di cliché sentimentali e sesso-espediente. Il fascino di Pedro Alonso non basta a salvare un franchise che sostituisce l’adrenalina con la soap opera, trasformando il colpo del secolo nell’ennesimo dramma di coppia.
È arrivato su Netflix lo scorso 15 maggio l’attesissimo spin-off, dedicato a uno dei personaggi più amati de La Casa di Carta, Berlino e la dama con l’ermellino. A distanza di due anni dalla prima serie ambientata a Parigi, e collocatasi temporalmente diversi anni prima dell’iconica rapina alla zecca di stato di Madrid che ha reso famosa la serie, la seconda stagione sposta l’attenzione sulle calde strade di Siviglia.
Dalle strade di Parigi alla bollente Siviglia
Tutto ha inizio a San Sebastián, Andrés de Fonollosa (Berlino) viene agganciato e ricattato dal potente Duca di Málaga e da sua moglie Genoveva (Marta Nieto): l’obiettivo è rubare il celeberrimo capolavoro di Leonardo da Vinci, La dama con l’ermellino, temporaneamente esposto in città.
Berlino, ferito nell’orgoglio dall’idea di essere trattato come un “ladro su commissione”, accetta la sfida ma ribalta le regole. Decide di fingersi al gioco per pianificare, alle spalle dell’aristocratico, una vendetta totale e il furto dell’intera, inestimabile collezione d’arte nascosta nei caveau blindati del duca. Il piano, con tanto di incursione in un caveau protetto da un letale sistema di sicurezza a cerchi di fuoco, si complica a causa delle solite deviazioni sentimentali della banda e dell’ingresso in scena di Candela (Inma Cuesta), una donna magnetica che ruba il portafoglio (e il cuore) del protagonista.

Dalla sindrome di Stendhal all’arte come bene collettivo
Pedro Alonso, come sempre, è uno spettacolo: l’attore spagnolo, infatti, si mangia letteralmente lo schermo. In questa stagione il suo Berlino è ancora più dandy, teatrale e ossessionato dall’estetica del crimine. La sua “sindrome di Stendhal” di fronte alle opere d’arte rubate regala i momenti migliori della stagione invitando lo spettatore a riflettere sul ruolo sociale dell’arte e di quanto, quest’ultima, debba sempre appartenere a tutti e non diventare il capriccio di un ricco duca.
Positiva anche l’entrata in scena di Inma Cuesta che porta una ventata di aria fresca e di passione. La dinamica tra lei e Berlino, fatta di provocazioni e imprevedibilità, ha un’ottima alchimia e scuote una narrazione che rischiava di adagiarsi sui vecchi binari. Toccante il momento della lettura della mano che Candela fa a Berlino: “Ti ammalerai di un male incurabile. Ma non morirai per quello.” E chi conosce l’universo magnetico de La Casa di Carta, non può non emozionarsi.
Protagonista indiscussa di questa seconda stagione dello spin-off è Siviglia. La regia sfrutta la città non come semplice sfondo, ma come elemento pulsante. Tra ville nobiliari, atmosfere calde e una fotografia curatissima, la serie è visivamente splendida e confezionata per il binge-watching più disimpegnato.
Nonostante, dunque, una fotografia mozzafiato e un’estetica super curata che rende il prodotto godevolissimo, la serie non funziona e la delusione per le alte aspettative, che da sempre circondano il prodotto, è inevitabile.

Momenti amarcord che non bastano
Il caso de La Casa di Carta è amaramente emblematico: dopo un successo mondiale non si riesce a porre la parola fine e si cerca di sfruttare un prodotto per quanto più tempo possibile generando, in questo modo, trame banali e subplot dai tratti surreali. Berlino e la dama con l’ermellino, senza ombra di dubbio, strizza l’occhio ai nostalgici di un universo caotico e adrenalinico di cui, ad oggi, resta in piedi ben poco. Non basta inserire un momento amarcord, come il karaoke tra Berlino e il Professore, per riaccendere una fiamma ormai spenta e nemmeno ricercare l’adrenalina attraverso scene di sesso.
Il punto di forza della serie evento, sbarcata su Netflix ormai quasi 10 anni fa, era proprio quell’adrenalina che si sprigionava dal mix tra ideologismo politico e ritmo narrativo frenetico che trasformavano le imprese dei rapinatori in gesti epici. Lo spin-off, invece, mette da parte tutto ciò per rendere la narrazione più mainstream puntando tutto su l’amore e il sesso mescolati all’arte del furto che, in questo caso passa in secondo piano.
Stigmi e cliché in una narrazione che non convince
Gran parte del tempo narrativo, infatti, viene dedicato alle storie d’amore tra i protagonisti che finiscono per relegare sullo sfondo il tema principale: il furto. Ma non è la storia d’amore a disturbare quanto, piuttosto, il modo in cui l’amore viene raccontato. Berlino e la dama con l’ermellino, infatti, parte con l’intento nobile di mettere su schermo la poetica sindrome di Stendhal ma finisce per dare un ritratto dell’amore che, a oggi, non solo appare surreale ma anche nocivo. E a pagarne le spese, come spesso accade, è l’immagine femminile. Se nella prima stagione dello spin-off avevamo seguito la relazione tra Keila e Bruce, in questa seconda parte assistiamo al surreale: durante la festa di matrimonio la giovane nerd, con difficoltà relazionali e una realtà virtuale sempre a disposizione, si innamora a prima vista di un fotografo con il quale va a letto indossando ancora l’abito da sposa. Non meglio va tra Cameron e Roi: quando l’ex della donna si presenta sotto casa, Roi la incita a parargli per chiarire e chiudere definitivamente la questione. Cameron gli presta ascolto, scende di casa e, inutile dirlo, finisce a letto con l’ex e attribuisce la colpa Roi dell’accaduto. La storia tra Keila e il fotografo e quella tra Cameron e l’ex servono solo a far capire a entrambe che in realtà amano i loro compagni.
Quello che la serie racconta, allora, non è altro che una stigmatizzazione eccessiva di incostanza muliebre che, oggi, proprio non regge più. L’universo maschile non ne esce molto meglio: Bruce, pur di non perdere Keila, è disposto a intraprendere una relazione triangolare, Roi non riesce a trattenere Cameron. E non va meglio nemmeno per i più adulti: Berlino, ancora una volta, perde la testa dietro all’ennesima gonnella e, anche in questo caso, è capace di un amore travolgente. Damian, invece, finirà a letto con la bellissima moglie del duca. Il sesso, dunque, in Berlino e la dama con l’ermellino, diventa il deus ex machina con il quale si cerca, a fatica, di mandare avanti una narrazione stantia e piena di cliché. La componente erotica ha sempre caratterizzato l’universo de La Casa di Carta. Come si possono dimenticare le scene tra il Professore e l’ispettrice? E, infatti, la chiave di lettura è tutta lì: l’erotismo passato conferiva adrenalina, il sesso non riesce più a smuovere nessun cervello.

Quello che ne emerge, dunque, è una narrazione che fatica a stare in piedi e che spinge sul gas solo in pochissimi momenti. Le emozioni de La Casa di Carta sono ben lontane ma, purtroppo, non finisce qui. Proprio a pochi giorni dall’uscita della seconda stagione dello spin-off, infatti, Netflix ha rilasciato un trailer sul sequel de La Casa di Carta. La speranza è quella che questa nuova stagione avrà un impianto narrativo solido e strutturato, capace di tenere testa alle prime stagioni che hanno conquistato gli spettatori di tutto il mondo. E mentre ci chiediamo quale sarà la nuova impresa della banda sappiamo già, per certo, che convincere il pubblico sarà la vera impresa.
