“Le libere donne”, quando la follia diventa libertà. La dignità dietro il cancello di Magliano

Il filo rosso, che unisce letteratura e cinema, non si spezzerà mai. Dalla letteratura arrivano le trame più intense e coinvolgenti quelle che, a distanza di anni, non invecchiano. E la letteratura funziona ultimamente, non solo sul grande schermo, ma anche sul piccolo. A testimonianza l’ultimo adattamento della rete ammiraglia di “Le libere donne” tratto dall’omonimo romanzo del medico-scrittore Mario Tobino.

Un atto d’amore più che un romanzo

Il romanzo, edito nel 1953, è un vero e proprio atto d’amore compiuto da Tobino nei confronti, non solo della sua professione di medico, ma anche verso tutte quelle donne che sono state “costrette” alla pazzia.

“Le libere donne” resta ancora oggi una delle vette della letteratura “medica” italiana, capace di trasformare il dolore della follia in pura poesia.

Oltre il camice bianco

Mario Tobino non è un osservatore esterno; era un medico psichiatra che ha vissuto e lavorato nel manicomio di Magliano, vicino Lucca, per decenni. Questa doppia veste di scrittore e scienziato gli permette di spogliare la malattia mentale dallo stigma sociale dell’epoca, restituendo alle pazienti la loro dignità di esseri umani. Quella stessa umanità che, per convenienza, veniva loro negata.

Frammenti di libertà

Il libro non segue una narrazione lineare tradizionale. È un diario di frammenti, una galleria di ritratti di donne recluse nel reparto femminile. Conosciamo creature come la “crepuscolare” Lella, la furiosa e bellissima Beatrice, o la povera Maria indurita dal dolore. Attraverso gli occhi del dottor Tobino, il manicomio smette di essere un luogo di punizione e diventa un universo a sé stante, regolato da leggi proprie, sofferenze indicibili e improvvisi sprazzi di vitalità.

L’ossimoro della libertà

“Le libere donne” di cui ci parla Tobino, sono tutte quelle sono riuscite a ritrovarea libertà nella follia. Tutte quelle che la società ha respinto e messo ai margini semplicemente perché scomode o non conformi agli standard attesi. Allora il manicomio diventava la soluzione imposta per tutte quelle donne ingestibili, diverse, con problemi che la medicina non riusciva a gestire se non con lobotomie o elettro scock. Ma il dottor Tobino, reduce dal fronte, in quel manicomio fa la differenza portando, non solo la sua competenza, ma la sua umanità per cui dietro ad ogni “malattia” è sofferenza c’è, prima di tutto, una donna che va ascoltata.

E, proprio lì, incontra Margherita che sceglie la pazzia per sottrarsi ad un matrimonio di abusi e violenze, sia fisiche che psicologiche. Margherita, non solo gli fa riscoprire l’amore ma gli insegna l’amore nella sua forma più pura: quello che passa attraverso la libertà.

Paradossalmente, il manicomio, luogo escluso volutamente dal mondo civile perché abitato da reiette, diventa la parte più vera e pure di un’umanità che va a rotoli tra fascismo e leggi razziali. Le donne, tra quelle quattro mura, sono ancora capaci di stupirsi, ancora umane.

Il manicomio come microcosmo

Quel luogo respinto dall’immaginario coettivo di tutti diventa, invece, microcosmo autosufficiente che contiene in sé uno degli ultimi semi da proteggere e piantare al di fuori una volta che il mondo avrà recuperato lucidità.

L’eredità della legge Bersaglia

Riportare sul piccolo schermo “Le libere donne” significa chiedere agli spettatori di voltarsi indietro, di leggere una pagina di storia in cui, non solo l’inclusione non esisteva ma il patriarcato regnava sovrano su corpi e menti.

Nel 1978, quindi non tantissimi anni fa, con la legge Bersaglia si arriva alla chiusura dei manicomi ma il danno umano dell’isolamento e della sperimentazione resta indelebile.

Il merito della serie

“Le libere donne” ci interroga sul nostro concetto di diversità e su come la società tenda ancora oggi a “nascondere” ciò che non comprende o che la disturba. È un monito a non guardare mai il diverso con spavento, ma con la consapevolezza che, ogni persona ha una storia, per quanto frammentata essa sia.

La serie non si limita a illustrare il romanzo, ma lo espande, immergendo lo spettatore nel clima sospeso e tragico del manicomio di Maggiano durante la Seconda Guerra Mondiale. La sfida era enorme: rendere la “follia” senza cadere nel macchiettismo. Soavi ci riesce con una regia che alterna il realismo crudo a momenti di puro lirismo visivo.

Un Lino Guanciale impeccabile

Lino Guanciale conferma di essere in uno stato di grazia artistica. Il suo Mario Tobino non è il classico eroe positivo senza macchia; è un uomo fatto di dubbi, di silenzi e di una “capatosta” (come l’ha definita l’attore stesso) che lo spinge a lottare contro un sistema repressivo fatto di isolamento ed elettroshock.
Guanciale lavora di sottrazione: la sua interpretazione è fatta di sguardi carichi di una malinconica empatia, restituendo perfettamente la figura di un medico-poeta che sceglie di “abitare” il dolore delle sue pazienti.

Ma il plauso va esteso all’intero cast. Grace Kicaj nei panni di Margherita Lenzi con  la sua interpretazione è il cuore pulsante del mistero narrativo. Riesce a trasmettere la fragilità e, al tempo stesso, la forza di una donna che la società vorrebbe spegnere. Bene anche per Fabrizio Bigio, per la prima volta in un ruolo drammatico; la sua chimica con Guanciale offre una sponda umana fondamentale al racconto.

Notevole anche l’interpretazione delle donne del manicomio di Lucca, mai macchiettistiche, mai esagerate. Ogni gesto, ogni urlo e ogni sorriso spento contribuiscono a creare un affresco collettivo che toglie il fiato.

Il gioco di luci come anima della narrazione

Uno degli elementi tecnici più strabilianti della fiction è senza dubbio la fotografia di Marco Cuzzupoli. Il gioco di luci e ombre non è solo estetico, ma narrativo:

1)Il Contrasto Esterno/Interno: La luce calda e accecante della Toscana libera si scontra con il chiaroscuro opprimente dei corridoi di Maggiano.

2)L’Ombra come Rifugio: Spesso le scene più intime tra Tobino e le malate avvengono in penombra, come se l’oscurità fosse l’unico luogo dove la dignità umana può nascondersi dallo sguardo inquisitore della “normalità”.

3)Luci Espressioniste: Nelle sequenze più oniriche o drammatiche, l’uso delle luci ricorda quasi il cinema espressionista, sottolineando lo smarrimento mentale e la frammentazione dell’anima.

“Le libere donne”, in conclusione, è un prodotto che nobilita il servizio pubblico. È una serie che non ha paura di essere cupa, che non cerca il facile lieto fine ma punta alla verità emotiva. Un omaggio doveroso a Tobino e a tutte le donne che la storia ha cercato di cancellare.

Lascia un commento