Pasolini a 104 anni: Il Cinema come “lingua scritta della realtà

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Oggi, 5 marzo 2026, Pier Paolo Pasolini avrebbe compiuto 104 anni. Celebrare la sua nascita non è un esercizio di nostalgia accademica, né un tributo alla memoria di una vittima sacrificale. È, piuttosto, l’occasione per interrogarci su quanto il suo cinema di poesia resti l’unico vero anticorpo contro l’omologazione dell’immagine contemporanea.

Mentre il cinema odierno si rifugia spesso nel “comfort food” del digitale e del decorativismo, Pasolini rimane quel corpo estraneo che ci costringe a guardare dove fa male.

La Carne e il Sacro: oltre la pellicola

Pasolini non “girava” film; egli cercava di catturare la fisicità del reale. Per lui, il cinema era la “lingua scritta dell’azione”. Laddove i suoi contemporanei cercavano la perfezione tecnica, lui cercava il volto scavato, il sottoproletariato romano, il mito che trasuda sudore e polvere.

Impossible non citare:

Accattone (1961): La trasposizione della sacralità pittorica (da Masaccio a Caravaggio) sui volti dei “ragazzi di vita”.

Il Vangelo secondo Matteo (1964): Un Cristo che non è icona statica, ma forza rivoluzionaria e umana, girato tra i sassi di Matera.

Uccellacci e uccellini (1966): La crisi dell’ideologia servita con un’ironia tragica e l’ultimo grande Totò.

La Trilogia della Vita vs. Salò

Il percorso critico di Pasolini è una parabola discendente (o ascendente, a seconda della prospettiva) verso la disillusione totale. Se con la Trilogia della Vita aveva tentato di celebrare l’innocenza del corpo e del sesso come resistenza al consumismo, con Salò o le 120 giornate di Sodoma, ha firmato il suo testamento più atroce e lucido.

In Salò, il corpo non è più piacere, ma merce. È la visione profetica di una società che non reprime più il desiderio, ma lo rende obbligatorio e, dunque, lo distrugge.

“Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole.” — Pier Paolo Pasolini.

Perché leggere e guardare Pasolini oggi?

In un’epoca di algoritmi che levigano ogni spigolo estetico, Pasolini ci ricorda che il cinema deve essere scandaloso nel senso etimologico del termine: un inciampo. Il suo montaggio “primitivo”, il suo rifiuto del naturalismo borghese e la sua ossessione per il sacro nel profano sono lezioni di libertà espressiva di cui abbiamo disperatamente bisogno.

Pasolini non è morto all’Idroscalo; è vivo ogni volta che un regista decide di inquadrare la realtà senza filtri rassicuranti, cercando la verità nel fango anziché la perfezione nel pixel.

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