
Tra misticismo, avanguardia e canzoni immortali, “Franco Battiato, un lungo viaggio”, della rete ammiraglia traccia il ritratto definitivo di un artista che ha insegnato all’Italia a guardare verso l’alto e guardarsi dentro attraverso note indimenticabili.
Un viaggio alla ricerca dell’essenziale
Non è stata una semplice celebrazione, ma un vero e proprio “pellegrinaggio” sentimentale quello andato in onda su Rai 1.
“Franco Battiato, Un Lungo Viaggio”, di Renato De Maria, dopo l’uscita in sala come appuntamento speciale, ha trasformato il piccolo schermo in una finestra aperta sull’universo complesso, ironico e profondamente spirituale del Maestro di Ionia. Un racconto che è riuscito nell’impresa non scontata di unire l’alto e il basso, proprio come faceva lui tra un riferimento ai dervisci rotanti e un ritornello pop da stadio.
Il lungometraggio ha ripercorso le tappe fondamentali di una carriera che sfida ogni etichetta. Dagli esordi sperimentali di Fetus e Pollution, dove il sintetizzatore era uno strumento di tortura e di estasi, fino all’esplosione pop.
Il “lungo viaggio” evocato dal titolo non è solo quello chilometrico tra la sua Sicilia e i deserti dell’Asia Centrale, ma un percorso interiore di crescita e ricerca continua.
La performance magistrale di Dario Aita

A dar voce, corpo e anima all’immortale Franco Battiato, è il siciliano Dario Aita che regala una performance magistrale nell’interpretare un uomo inimitabile.
Dario Aita è uno degli attori più versatili e apprezzati della nuova generazione del cinema e della televisione italiana. La sua carriera si divide tra grandi successi popolari sul piccolo schermo e progetti d’autore al cinema. La formazione solida teatrale, invece, ha consentito ad Aita di calzare a pennello i panni del grande Maestro senza incorrere in imitazioni forzate o macchiettistiche.
Degna di menzione anche l’interpretazione canora di Aita che non ricorre al playback, come spesso avviene nei biopic, ma interpreta personalmente alcuni dei brani più iconici riuscendo in maniera esemplare.
Un’eredità più viva che mai
Il lungometraggio ha saputo dosare bene l’emozione dei grandi classici come La cura e Centro di gravità permanente con le riflessioni filosofiche di Attraversando il Bardo, portando il grande pubblico a confrontarsi con temi come la morte, la rinascita e la meditazione. Ed è proprio nel Battiato pop che lo spettatore del 2026 coglie la modernità del Maestro. L’indimenticabile balletto di “Centro di gravità permanente”, sconosciuto ai giovani, costruisce un ponte diretto con la modernità musicale fatta proprio di balletti, in questo caso, dimenticabili.
Il successo del film Rai conferma che l’eredità di Battiato è più viva che mai. In un’epoca di musica “algoritmica” e testi spesso piatti, la complessità di Franco Battiato funge da faro. La sua capacità di essere colto senza essere superbo, di parlare di “meccaniche divine” mentre ci faceva ballare, resta un unicum nella storia della cultura italiana.
Il viaggio si conclude lasciando nello spettatore quella sensazione di dolce malinconia tipica di chi ha appena intravisto qualcosa di immenso. Battiato se n’è andato, in un cambio di demensione di cui sempre parlava. Come diceva lui stesso: “L’animale che mi porto dentro non mi fa vivere felice mai, si deve consegnare alla sua sorte”. E la sua sorte, oggi lo sappiamo, è l’immortalità.
