«Prima di noi», l’eredità dei fantasmi e il racconto come atto psicomagico

C’è un momento preciso in cui la cronaca familiare smette di essere aneddotica e diventa destino. È quel punto di rottura in cui le colpe dei padri smettono di essere metafore bibliche per farsi carne, nevrosi e fallimento economico. La trasposizione televisiva di “Prima di noi”, il romanzo-fiume di Giorgio Fontana, è approdato sugli schermi Rai non come una semplice saga storica, ma come un’operazione di chirurgia a cuore aperto sulla memoria del Paese. Il romanzo, edito da Sellerio nel 2020,  racconta la saga familiare dei Sartori coprendo gli anni che vanno dal 1917 al 2012 raccontando, quindi, le vicende di tre generazioni.

La trasposizione per il piccolo schermo ha reso possibile conoscere e apprezzare un romanzo davvero superlativo che, una volta letto, difficilmente si dimentica dove i fili della storia personale si intrecciano con i fili della grande storia dimostrando come, in fondo, siano gli uomini con le loro scelte e le loro rinunce a scriverla.

E se la Storia in parte la si scrive e in parte la si subisce, quella personale siamo noi a scriverla proprio come fa la protagonista di “Prima di noi” Nadia Sartori interpretata da una superlativa Linda Caridi.

La vicenda parte nel 1917 quando, dopo un gioco con una civetta, dinanzi a una giovanissima Nadia, appare Maurizio Sartori (Andrea Arcangeli), disertore. E se il destino di Nadia sembra già scritto, lei fa di tutto per scriverselo da sola perché ha la certezza che la sua vita sarà bellissima.

La fiction, proprio come il romanzo, attraversa quasi tutto il Novecento dal fango delle trincee della Grande Guerra e la società contadina, al boom industriale delle fabbriche e le lotte comuniste fino al precariato esistenziale degli anni Duemila.

“Prima di noi” non è la solita fiction rai dai toni rassicuranti ma un vero e proprio scavo archeologico nell’anima collettiva che ha l’obiettivo di raccontare non solo cosa è accaduto storicamente prima della nostra venuta al mondo ma anche ciò che è accaduto nella nostra storia familiare che, inevitabilmente, ci influenuza.

Nella famiglia Sartori, così come in tutte le famiglie, ci sono nodi, segreti non detti che sono stati tramandati nel DNA delle generazioni successive: un nonno disertore raccontato come eroe, un figlio mai riconosciuto che finisce per innamorarsi di una cugina, un amore interrotto dalla guerra e, quindi, idealizzato per anni lunghissimi. Tutto questo si ripercuote inconsciamente su figli e nipoti e, quindi, nella famiglia Sartori ci sarà un operaio comunista che combatte il sistema, una nipote che erediterà dallo zio la passione politica, chi invece maledirà l’intera stirpe amando una persona del suo stesso sesso, e così via.

Il rimando alla teoria metagenealogica di Alejandro Jodorowsky é inevitabile. Secondo lo scrittore e regista cileno, infatti, il feto è già portatore di un’eredità. Non siamo artefici di una libera evoluzione individuale, ma testimoni di una coazione a ripetere. Jodorowsky, dunque, sostiene che l’inconscio familiare ci costringe a vivere vite che non ci appartengono per “fedeltà” ai nostri antenati. In Prima di noi, la fuga, il tradimento e l’alienazione non sono scelte dei singoli, ma eredità epigenetiche: L’obiettivo di Jodorowsky è proprio quello di aiutare i consultanti a sciogliere i nodi del proprio albero per conferire al passato un senso attraverso il futuro. Se analizziamo “Prima di noi” attraverso la lente della metagenealogia vedremo importanti parallelismi: in primis il destino ripetitivo secondo cui tendiamo a ripetere inconsciamente i traumi dei nostri antenati per “lealtà familiare”. Nella pellicola vediamo i figli pagare i debiti emotivi contratti dai padri decenni prima ma anche il tentativo di liberarsi da un destino che sembra già scritto nel proprio DNA.

Se credi al mostro credi anche alla spada che lo uccide., è il mantra che ripete Nadia per tutta la sua vita. E la spada, esotericamente legata all’elemento aria, è proprio la parola confluita nell’atto del racconto. Raccontare la storia della famiglia Sartori, come fa Nadia, diventa atto psicomagico per eccellenza: portare alla luce i segreti sepolti, guardare negli occhi il passato, permette di spezzare la catena di sofferenze ereditate per generazioni. Mettere in scena il fallimento della continuità familiare significa, in qualche modo, esorcizzarlo. La regia non cerca la catarsi rassicurante del melodramma. Al contrario, adotta uno sguardo quasi entomologico. Vedere i propri traumi proiettati su uno schermo è, di per sé, un atto psicomagico collettivo: costringe il pubblico nazionale a fare i conti con i propri silenzi, con le umiliazioni subite dai nonni e mai elaborate, con quella “fame” che oggi è diventata ansia sociale ma che affonda le radici nella terra povera del secolo scorso.

“Prima di noi” appare come un piccolo gioiello confezionato alla perfezione che poggia su un cast solido in cui compaiono attori del calibro di Matteo Martari e Maurizio Lastrico.

“Prima di noi” segna, forse, la fine dell’innocenza per la fiction generalista. Non c’è più spazio per il “come eravamo” nostalgico; c’è solo il “chi siamo diventati a causa loro”. La serie ci sbatte in faccia una verità scomoda: siamo i figli di un passato che non abbiamo ancora finito di pagare. La fiction rai sembra aver inaugurato un nuovo standard narrativo, più coraggioso e introspettivo, resta da capire se il pubblico è pronto.

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