
Dal 29 gennaio nelle sale, il quattordicesimo film del regista romano riporta sul grande schermo i suoi attori feticcio. Un dramma borghese che parte da Roma e implode a Tangeri, tra passioni feroci e silenzi che diventano macerie.
Se c’è una costante nel cinema di Gabriele Muccino, è l’urgenza. Quell’ansia vitale, spesso urlata, di dover dire tutto prima che il tempo scada. Eppure, paradossalmente, il suo nuovo film in uscita domani 29 gennaio, s’intitola proprio “Le cose non dette”. Tratto dal romanzo Siracusa di Delia Ephron, il film segna il ritorno del regista al genere che lo ha reso un’icona: il melodramma corale sulle fragilità umane, dopo la parentesi thriller di Fino alla fine (2024).
Il film mette in scena un incrocio pericoloso tra due coppie apparentemente solide. Da una parte Carlo (uno Stefano Accorsi sempre più “mucciniano”), professore universitario in crisi creativa, ed Elisa (Miriam Leone), giornalista di successo tormentata dall’impossibilità di avere un figlio. Dall’altra, gli amici di sempre: Paolo (Claudio Santamaria) e Anna (Carolina Crescentini), alle prese con le ribellioni della figlia adolescente Vittoria.
Il teatro del conflitto è un viaggio a Tangeri, in Marocco. Ma quello che doveva essere un esotico diversivo si trasforma in una trappola emotiva. L’equilibrio già precario esplode definitivamente con l’arrivo di Blu (Beatrice Savignani), una giovane e magnetica studentessa di Carlo. Tra i vicoli della città bianca, le maschere cadono e le “cose non dette” per anni diventano una valanga che travolge ogni certezza.

Vedere “Le cose non dette” significa inevitabilmente fare i conti con la filmografia precedente del regista. Se negli anni 2000 l’inquietudine di Muccino era quella dei trentenni che non volevano crescere (“L’ultimo bacio” ), oggi è quella di cinquantenni che non sanno come restare.
Il legame tra “Le cose non dette” e “L’ultimo bacio” è quasi genetico, ma segna il passaggio definitivo dalla sindrome di Peter Pan alla resa dei conti dell’età adulta. Se nel cult del 2001 la fuga di Carlo (Accorsi) verso la giovane Giulia era l’impulso febbrile di chi temeva la routine, nel nuovo film la dinamica si è ribaltata: non si scappa più per la giovinezza, ma si resta prigionieri delle proprie scelte passate. Mentre ne L’ultimo bacio il movimento era esteriore — corse sotto la pioggia, urla nei cortili, la velocità del “tutto è ancora possibile” — in questo nuovo capitolo la regia di Muccino si fa più claustrofobica. I protagonisti non hanno più la sfrontatezza dei trentenni; sono cinquantenni che portano addosso il peso dei compromessi. Tangeri sostituisce la Roma borghese come un miraggio che, invece di offrire libertà, riflette in modo deformato i fallimenti di una generazione che ha smesso di correre e ha iniziato a nascondersi dietro ai silenzi.
Ne “Le cose non dette” ritornano volti cari a Muccino come Accorsi e Santamaria che proiettano immediatamente lo spettatore in una sorta di ideale sequel spirituale dei loro ruoli giovanili. Non sono più i ragazzi che scappavano dalle responsabilità; sono uomini che quelle responsabilità le hanno accettate, ma che ne sono rimasti schiacciati. Altro punto di contatto è sicuramente con “A casa tutti bene” dove, anche lì, lo spazio veniva utilizzato come prigione, che fosse una villa, un’isola o questa volta Tangeri, l’isolamento fisico diventa il motore per guardarsi dentro. E se nei primi film la macchina da presa inseguiva i personaggi in corse liberatorie, qui sembra quasi pedinarli, pronta a cogliere il momento esatto in cui il nervosismo diventa rottura. Perché i personaggi di Muccino, essendo umani, si rompono di continuo. Spesso appaiono eccessivi proprio per la loro capacità di essere umani come noi non siamo più.
Le cose non dette non è un film conciliante. È un Muccino “al cubo”: passionale, spietato, iper-cinetico nei sentimenti. Chi ama il regista ritroverà quel battito cardiaco accelerato che lo ha reso celebre anche a Hollywood; chi lo accusa di eccesso resterà della sua opinione, ma non potrà negare la forza visiva di un autore che continua a filmare l’amore come se fosse una guerra.
