“Marty Supreme”, la fine del sogno americano

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articolo a cura di Dorian


È vero che Marty Supreme racconta la storia di un sogno: quella del fatiscente, fastidioso e ormai morto sogno americano. 
Marty Mauser è un eccentrico, arrogante, presuntuoso giocatore di…tennis tavolo. 
È un bambino capriccioso e irresponsabile, che vive nell’illusione della grandezza che la sua ombra proietta sul muro e che disperatamente vorrebbe mostrare al mondo. 
É la morte del self-made man, che di self-made non ha nulla, che non incontra nella vita nessun ostacolo se non quelli che egli stesso si pone davanti.
È una tessera del domino che non ha nulla di speciale rispetto alle altre e che non fa altro che lasciare dietro di sé una scia di disastrosi effetti collaterali. 
Le altre “tessere” non sono troppo diverse da ciò di cui Marty é la metafora: come lui, rappresentano il fallimento dell’american dream. Una donna che pur sembrando “fingere” di essere vittima di violenza lo è davvero, una diva decaduta, il proprietario di una multinazionale, un grassone figlio di papà, dei cittadini pronti a sfoderare pistole e fucili alla prima occasione non sono che il riflesso della società americana, ormai alla deriva. Una società morta, che per darsi un po’ di lustro non può che specchiarsi nel propio passato glorioso, rivangando (e millantando talvolta) meriti di guerra. 
Ebbene, se per molti il demerito di questo film è quello di eroicizzare in qualche modo una figura come quella di Marty Mauser, per me proprio in lui sta la forza di questa pellicola che scena dopo scena, non fa che decostruirlo, se non ridicolizzarlo.
I finti problemi che questo giocatore affronta, tutto il male che provoca in nome del proprio talento, tutte le lezioni che non impara, fanno arrabbiare, e anche tanto. Quanto ci si sente presi in giro nel vederlo vincere? Nel vedere provare a se stesso quanto vale? Nella consapevolezza che con la vittoria, Marty Mauser abbia perso quella che probabilmente era la sua unica occasione di cambiare? 
Dà un fastidio tremendo, e funziona proprio per questo, inoltre é estremamente realistico. È la proiezione di quello che appassiona l’uomo moderno: la figura di un eroe che per quanto intrinsecamente problematica, non affronta mai un reale problema, e vince, vince sempre. È l’idea che sta dietro l’uomo, quella che vediamo vendere sul web in tutte le salse: corsi di self-growth, coaching online e chi più ne ha più ne metta. È un prodotto perfetto,  ma tremendamente finto e poco credibile. Eppure, nel match finale tutti ci troviamo a fare il tifo per Marty Mauser, quasi con l’amaro in bocca. 
Perché? La risposta ha del metacinematografico e porta un nome e un cognome: Timothée Chalamet.
Forse, la storia di un giocatore di Ping pong che insegue il proprio sogno fino alla grandezza diventa credibile proprio perché dietro Marty, c’è chi davvero sta lottando per il suo sogno. E lo si vede in ogni goccia di sudore, in ogni micro espressione, in ogni lacrima. La performance di Chalamet toglie il fiato dall’inizio alla fine, e gli auguro la commozione di Marty Mauser alla vittoria del match più importante della sua vita. 

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