“Io la conoscevo bene”

il

La necessità di Antonio Pietrangeli di andare “oltre”.

E’ il 1965 e “Io la conoscevo bene” può essere considerato, a tutti gli effetti, il testamento poetico di Antonio Pietrangeli che, soli due anni dopo, avrebbe perso la vita sul set di “Come, quando e perché”. Un film denso e carico di messaggi, non solo per i contemporanei, ma soprattutto per i posteri.

Protagonista del film è Adriana, interpretata magistralmente da una giovanissima e incantevole Stefania Sandrelli, che lascia le campagne di Pistoia per recarsi a Roma, polo dell’industria cinematografica italiana, con il sogno di entrare a far parte del mondo del cinema. In questo senso, la pellicola del 1965, è, prima di tutto, un film meta-cinematografico, un film che mette a nudo i crudi meccanismi dell’industria e che scardina, inquadratura dopo inquadratura, battuta dopo battuta, quel mondo pieno di lustrini e paillettes. Non può non venire in mente “Bellissima” di Luchino Visconti (1951): la tenerezza che proviamo dinanzi alla scena della piccola e spaventata Maria difronte la mdp, è la stessa che proviamo nei confronti di Adriana quando la vediamo derisa dall’intera sala cinematografica per l’inadeguatezza che un montaggio, cucito ad hoc, le conferisce e per una calza smagliata su cui la macchina si sofferma. Quello che vuole dire Pietrangeli è che, come aveva già fatto Buster Keaton nel 1924 con “La palla numero 13”, il cinema non è affidabile, quello che vediamo non corrisponde sempre alla realtà. La critica verso la disumanità si espande a macchia d’olio: si parte dal microcosmo cinematografico, si passa poi agli uomini che di quel mondo fanno parte, tra cui compare un giovane Nino Manfredi nei panni di un improvvisato impresario che cercherà di sfruttare Adriana e Ugo Tognazzi, nei panni indimenticabili di Baggini, a sua volta vittima di un sistema disumano. La crudeltà e la disumanità sono però radicati ovunque in una società che si definisce moderna ma incapace di vedere e ascoltare.

Adriana, reduce da un passato burrascoso, continua però a credere nell’amore, ricercandolo ovunque ma collezionando solo fallimenti. La giovane, che vive la sua sessualità in maniera troppo libera per gli anni ’60 ,viene etichettata come una donna facile, una donna che non sa scegliere, una a cui va bene tutto. Meravigliose e agghiaccianti le parole di uno scrittore che si annovera tra i suoi amanti:

Morale nessuna; neppure quella dei soldi perché non è una puttana. Per lei, ieri e domani non esistono. Non vive mai giorno per giorno, perché questo la costringerebbe a programmi complicati. Perciò vive minuto per minuto. Prendere il sole, sentire i dischi, ballare sono le sue uniche attività. Per il resto è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi; non importa con chi: con se stessa mai.

In questo caso la critica di Pietrangeli si estende oltre, investendo non solo gli uomini mediocri ma anche quelli che comunemente vengono riconosciuti dalla società come dei saggi. Anche lo scrittore, a quanto pare, non vede meglio e si limita a giudicare Adriana superficialmente.

Adriana però è l’Emma Bovary del 1965, un’eroina romantica che continua a credere e lottare, che urla in silenzio ma che non viene compresa perché non ascoltata. E così un’uscita di scena cinematografica, degna di una grande attrice che, a fine spettacolo, tolta la maschera e la parrucca, ritorna ad essere se stessa.

Un titolo emblematico, dunque, ma anche fortemente ironico. Lo spettatore, alla fine del film, non potrà evitare di chiedersi: “Ma io la conoscevo bene?”. La risposta vien da se.

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