Il gabbiano Jonathan Livingston: il peso della diversità e il coraggio della libertà.

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Alle meraviglie inaspettate.

Qualunque cosa tu faccia non pensare mai a cosa diranno gli altri, segui solo te stesso, perché solo tu nel tuo piccolo sai cosa è bene e cosa è male, ognuno ha un proprio punto di vista, non dimenticarlo mai, impara a distinguerti, a uscire dalla massa, non permettere mai a nessuno di catalogarti come “clone di qualcun altro”, sei speciale perché sei unico, non dimenticarlo mai.

Mi sono spesso chiesta, in queste settimane, quale sarebbe stato il primo romanzo di cui vi avrei parlato. Avevo diverse idee ma tutte ben precise. Oggi un’interruzione alla continuità del tutto giustificata. Quando un libro ti parla così tanto, non puoi fare altro che ascoltarlo e raccontarlo. Vi parlo de “Il gabbiano Jonathan Livingston”, romanzo breve del 1970, di Richard Bach; un cult che, sicuramente, avrà guidato e continua a guidare diverse generazione prestandosi, ogni volta, col mutare dei tempi, alle diverse ideologie. Spesso definita “fiaba per bambini”, sarebbe più corretto etichettare il romanzo come “fiaba per adulti”, i quali hanno, sicuramente, molte più cose da imparare rispetto ai bambini.

Un romanzo che parla per prima cosa di diversità, di non accettazione da parte di un gruppo e di conseguente esclusione dallo stesso. Il peso e il dolore della diversità che però possono essere accettati e sopportati se causati da sogni ben radicati. Jonathan è un gabbiano diverso perché non si limita a sopravvivere come gli altri, perché sa che la sua vita non può essere solo procacciarsi del cibo. Jonathan vuole volare, volare come un gabbiano non potrebbe, a quote sconsiderate e inadatte per la stazza della specie. Questo suo comportamento “atipico” per lo stormo Buonappetito, gli costerà l’espulsione. Ma è proprio così che Jonathan imparerà a volare, nella assoluta libertà sfidando e superando i propri limiti. Limiti che, in realtà, non esistono se non nella testa poiché, il nostro corpo, altro non è che un veicolo del pensiero.

Tutto il romanzo si gioca su allegorie continue che partono dal microcosmo animale per estendersi poi, inevitabilmente, al macrocosmo circostante: filosofia, religione, politica, la costante necessità di schematizzare e fissare tutto, anche gli insegnamenti di Jonathan, in massime da seguire. Ma è proprio così che la libertà muore. L’unica regola è non avere regole, non avere bende sugli occhi ma, soprattutto, non avere bende sul cuore .

L’autore non cerca solo di spiegare la libertà ma ce la fa toccare con mano corollando il romanzo di fotografie meravigliose, scorci di cielo rigorosamente in bianco e nero. Tutti conosciamo il colore del mare e del cielo ma l’autore ci offre un black and white per lasciare al lettore la libertà di colorarli come meglio preferisce: che nessuno si permetta di negarci mai un mare verde o un cielo rosso.

Il romanzo ha visto nuovamente la luce nel 2015 quando viene ripubblicato con l’aggiunta di una quarta parte, già scritta all’epoca, ma rimasta lì ad aspettare il suo momento.

Un romanzo da leggere e rileggere ancora che, a mio avviso, merita di essere definito un classico, uno di quei libri che, come diceva Calvino, hanno sempre qualcosa di nuovo da raccontare.

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. almerighi ha detto:

    comprato e letto oltre 40 anni fa, ancora ha un posto sui miei scaffali

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    1. medea2803 ha detto:

      Sugli scaffali e sicuramente nel cuore.

      Piace a 1 persona

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