“Serpenti”: il ribaltamento del paradosso kafkiano di una giustizia che rifiuta la colpa

In “Serpenti”, la ricerca della pena si trasforma in un labirinto di indifferenza. L’audace opera di Roberto De Paolis che usa l’assurdo per mettere a nudo i corto circuiti della nostra società.

Locandina

La ricerca di una pena negata

Arriva oggi nelle sale italiane “Serpenti” , il nuovo e attesissimo lavoro di Roberto De Paolis Maino, presentato in anteprima all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

La storia ruota attorno a Paolo Marra, un uomo che ha compiuto un gesto irreparabile: ha ucciso sua moglie senza alcun apparente motivo. Schiacciato dal rimorso e desideroso di restituire una parvenza di dignità alla vittima e a se stesso, Paolo decide di andare in commissariato per costituirsi e scontare la sua pena. Tuttavia, il suo tentativo di consegnarsi alla legge incontra un ostacolo del tutto inaspettato: nessuno lo prende sul serio. Nell’arco di un’unica, allucinante giornata, l’uomo si imbatte in poliziotti distratti, avvocati, cartomanti e un labirinto di cavilli burocratici. Questo totale disinteresse istituzionale trasforma il suo percorso di redenzione in una spirale kafkiana: la frustrazione e la disillusione rischiano di spingerlo nuovamente verso la violenza pur di essere finalmente ascoltato dallo Stato.

Alessandro Borghi e Leonardo Lidi in una scena del film

Il paradosso kafkiano e il labirinto della burocrazia

La matrice kafkiana del film emerge prepotentemente nella spirale surreale e claustrofobica in cui si ritrova imprigionato il protagonista. In un’inversione paradossale della struttura narrativa classica del romanzo di Franz Kafka — dove l’individuo si trova accusato da un potere invisibile senza conoscerne il motivo — “Serpenti” mette in scena un uomo reo confesso che invoca disperatamente la propria condanna, scontrandosi però contro il muro gommoso di una burocrazia cieca e grottesca. Il commissariato diventa così un labirinto alienante di cavilli, indifferenza e dialoghi del terzo tipo, trasformando la ricerca della punizione in un’odissea assurda e drammaticamente credibile, in cui la legittima richiesta di giustizia si dissolve nella totale inefficienza delle istituzioni.

Oltre la retorica: una critica alla minimizzazione della violenza di genere

“Serpenti” affronta la piaga della violenza di genere attraverso un registro narrativo audace, spiazzante e privo di qualsiasi facile retorica. Utilizzando la chiave del paradosso kafkiano e della tragicommedia grottesca, il film colloca la vicenda all’interno di un commissariato trasformato in un lucido microcosmo della società contemporanea. Il tentativo disperato di Paolo di costituirsi e pagare per l’omicidio della moglie viene costantemente ostacolato da un muro di indifferenza, burocrazia e distrazione, mostrando con amara ironia come l’assurdo possa convivere con la drammaticità di un crimine efferato.

Questa prospettiva deformata serve al regista per mettere a nudo il modo in cui il sistema e la cultura patriarcale tendono spesso a minimizzare o de-responsabilizzare la violenza maschile. Trattato quasi come un’incombenza irrilevante dagli interlocutori che incontra, il protagonista vive una parabola dolorosa in cui il senso di colpa e il desiderio di espiazione rischiano di mutare in rabbia e disillusione. Il film solleva così una profonda riflessione sulla responsabilità individuale e sul corto circuito emotivo e culturale di un mondo incapace di dare il giusto peso al dramma della violenza.

Cast

Un cast d’eccezione tra Borghi e Castellitto

Ad arricchire la potenza narrativa del film contribuisce un cast di primissimo piano, guidato dall’intensa interpretazione di Leonardo Lidi nei panni del tormentato protagonista Paolo Marra. Al suo fianco spiccano alcuni dei volti più prestigiosi e talentuosi del cinema italiano contemporaneo, tra cui Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino. Questa straordinaria compagine attoriale dà vita a un carosello di personaggi obliqui e sfaccettati, capaci di incarnare con grande sensibilità le diverse sfumature tragiche e grottesche dell’opera e di restituire allo spettatore la profonda complessità di ogni singolo incontro all’interno della vicenda.

Un lungometraggio audace e provocatorio

“Serpenti” si preannuncia come un’opera audace e necessaria, capace di scardinare i cliché del racconto cinematografico sulla violenza di genere attraverso un registro spiazzante e una cifra stilistica personalissima. Scegliendo la via del paradosso, Roberto De Paolis firma una pellicola che non si limita a sconvolgere, ma impone una riflessione profonda e urgente sulla responsabilità e sullo sguardo distratto della società contemporanea. Un film imperdibile per chi cerca al cinema non facili risposte, ma domande provocatorie e di grande impatto emotivo.

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