“Rifkin’s Festival”: il ritorno di Woody Allen e l’indistricabile rapporto tra cinema e vita.

“Rifkin’s Festival”, che sarebbe dovuto essere in sala dal 5 novembre, è l’ultimo e attesissimo film di Woody Allen presentato in apertura e anteprima mondiale alla kermesse cinematografica di San Sebastian (18-26 settembre 2020). Uscito a ridosso della sua autobiografia “A proposito di niente” potrebbe, ma ci auguriamo tutti non sia così, essere il suo ultimo film.

Woody Allen, 85 anni da compiere il primo dicembre, è tra i registi più longevi cinematograficamente parlando che, per un periodo molto lungo, ci ha deliziati con la sovraumana media di un film all’anno. Gli ultimi anni, però, non sono stati felicissimi per il regista che, a detta di molti, pareva aver perso la scintilla innovativa che serve a mantenere attento lo spettatore. Ma Woody è così: un uomo fedele ai suoi ideali e al suo modo di intendere il cinema e la vita come due facce della stessa medaglia. E’, ovviamente, lo diciamo subito: “Rifkin’s Festival” non disilluderà l’universo di attesa dello spettatore alleniano che può già immaginarsi cosa vedrà e in che modo la storia verrà raccontata.

Prima di tutto va detto che “Rifkin’s Festival” è una pellicola metacinematografica, un grandissimo omaggio al cinema e alla vita stessa che, nient’altro è, se non un film. La vita, infatti, proprio come un film, può essere a volte tragica, a volte comica e, altre volte, semplicemente incomprensibile. Tragedia e commedia, come sempre, si intrecceranno nella storia senza capire realmente quale sia la loro linea di demarcazione.

Anche in questa pellicola abbiamo come protagonisti una coppia: Mort Rifikin (Wallace Shawn, volto non nuovo alla corte di Allen e già presente in capolavori come “Melinda e Melinda” del 2004 e “Manhattan” del 1979), nei panni di un ex professore appassionato di cinema che accompagna sua moglie Sue (Gina Gershon), addetta stampa cinematografica, proprio al festival del cinema di San Sebastian in Spagna. Come accade spesso nei film di Allen, al viaggio fisico segue il viaggio interiore, e il viaggio in Spagna darà modo alla coppia di scoprirsi e di lasciarsi andare a nuove avventure.

Anche in questo caso come in “Midnight in Paris” (2011), “Manhattan” (1979) e “Un giorno di Pioggia a New York” (2019), le città non solo fanno da sfondo alle vicende narrate ma diventano le vere e proprie protagoniste che respirano insieme ai personaggi. Una fotografia bellissima, piena di colori caldi e vividi, ci accompagna a scoprire l’anima della città.

Il festival di San Sebastian, in realtà, diventa come si capisce dal titolo il festival di Rifkin dove, tra passato, presente e futuro, vede scorre nella propria mente il film della sua vita. Quindi siamo ben oltre il tradimento reciproco di coppia poiché il twist narrativo è affidato alla trovata di mostrare i sogni di Mort in bianco e nero. Le sequenze oniriche del film sono così un gustoso pastiche dove Allen mescola i canoni classici da Truffaut, Godard, Fellini e Bunuel. Ancora una volta, dunque, Allen rimarca lo strettissimo rapporto tra inconscio e cinema, leitmotiv di suoi tantissimi film.

“Rifkin’s Festival” è una tipica commedia romantica dove non mancherà la solita ironia, le battute rapide e sagaci piene di riferimenti, non mancherà lo psicologismo di fondo e le profonde riflessioni sull’essere umano e i suoi demoni interiori. Un film che gli amanti del genere non potranno non apprezzare.

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