Sorrentino oltre la risposta: “La grazia” di perdersi nella virtù del dubbio

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C’è un uomo solo, in un palazzo monumentale, che scruta il tramonto di un mandato e di una vita. Non è il solito affresco barocco e decadente a cui Paolo Sorrentino ci ha abituati, ma un’opera di sottrazione, quasi ascetica. “La Grazia”, nelle sale italiane dal 15 gennaio, segna il ritorno della coppia d’oro del nostro cinema: Sorrentino dietro la macchina da presa e Toni Servillo davanti, in una prova che gli è già valsa la Coppa Volpi all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

Il film ci introduce nella quotidianità di Mariano De Santis, un Presidente della Repubblica immaginario, ma dalla “mattarelliana” compostezza. Vedovo, cattolico fervente e giurista rigoroso, De Santis si trova ad affrontare gli ultimi mesi del suo settennato, il cosiddetto “semestre bianco”.

La pellicola ruota attorno a tre nodi morali che pesano come macigni: la legge sul fine vita, due richieste di “grazia presidenziale” per altrettanti omicidi commessi in circostanze tragiche e umane, che costringono il Presidente a scendere nel fango delle passioni umane e un pesante sospetto privato che riguarda il passato coniguale del Presidente. Mariano De Santis, che ha guadagnato dai suoi collaboratori il soprannome di “cemento armato”, vacilla. Il dubbio, allora, diventa virtù che viene celebrato come forma di intelligenza morale e coraggio politico, in contrapposizione alla certezza urlata, diventa bellezza, quella bellezza che ci fa sentire umani.

La figura di De Santis mostra l’uomo dietro la carica, un leader austero ma vulnerabile, lacerato tra doveri istituzionali e dolori personali mostrando la scissione tra potere e fragilità umana.

Girato tra le solennità di Roma e l’eleganza sabauda di Torino (dal Castello del Valentino al Museo Egizio), il film abbandona i grandangoli estremi e le feste notturne per concentrarsi sui volti. Accanto a un Servillo monumentale, brilla Anna Ferzetti nel ruolo della figlia Dorotea, una giurista che funge da specchio e coscienza del padre.

“La Grazia” non è un film politico nel senso tradizionale del termine. Non ci sono complotti o segreti di Stato, ma il racconto di come il potere, per restare umano, debba passare attraverso il filtro della misericordia. È un’opera che, come una “pizza mangiata dal cartone” (metafora cara al regista in questi giorni), sa di verità semplice, imperfetta e necessaria.

Lo stile di Sorrentino si riconferma unico e riconoscibile seppur più sobrio e maggiormente empatico rispetto alle ultime pellicole. L’estetica sorrentiniana unisce immagini oniriche, simmetrie e un attento gioco di luci  fredde che trasforma gli ambienti istituzionali in veri e propri quadri.

Rispetto ai suoi ultimi lavori in “La grazia” Sorrentino si mostra più intimista e meno ironico con momenti di riflessione toccanti e vette di poesia che si scontrano, senza infastidire, con digressioni e musiche rap.

Servillo regala  una performance complessa che restituisce le contraddizioni di un uomo austero nelle istituzioni ma fragile nella vita privata, capace di passare dalla carica pubblica alla malinconia privata.

“La grazia”, dunque, è un’opera che si addentra nella fragilità della condizione umana davanti al potere mostrando come, in fondo, anche il poter che spesso dimentica di essere umano, si dimostra tale.

Sorrentino, che piaccia o meno, ci regala un’altra opera monumentale.

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