articolo a cura di Dorian


Mai storia sugli alieni fu più umana.
In Bugonia Lanthimos non apre alcun portale interdimensionale, ma alza uno specchio tremendamente onesto di fronte alla nostra società.
Il regista costruisce un mondo in cui le distanze tra classi sociali sono talmente estreme da apparire come pianeti che non condividono nulla: lingua, gravità, ossigeno.
E le sequenze dicotomiche che seguono la vita quotidiana dei nostri protagonisti lo raccontano benissimo. La dirigente d’azienda, interpretata da Emma Stone, é il ritratto di una donna di potere, la cui posizione privilegiata ci viene mostrata attraverso molteplici simboli (Loubotin al piede, Stanley alla mano, alla guida di un costoso Suv, abituata, un po’ alla American Psycho, ad una routine di self-care quasi disumana). A questa figura si contrappongono Teddy e Don, che goffamente tentano di prepararsi al grande colpo con un allenamento improvvisato stesi su degli asciugamani, con abiti visibilmente consunti e scoordinati, nutrendosi di pasti precotti e senza sapore. E allora proprio questa impossibilità di vederci gli uni negli altri, perché separati da mura di cinta altissime quantunque invisibili, diventa mostruosa, diventa aliena; ed è questo il fondamento delle convinzioni dei nostri protagonisti: disperati, ma abbastanza romantici da credere ancora di poter salvare il mondo.
Veniamo allora a quello che è simbolo principale di questa doppia narrazione: cosa rappresentano gli alieni? Il mistero è affascinantissimo e mantiene la propria non intelligibilità in quanto si presta a diverse chiavi di lettura, ed io, come spettatore, adoro essere stuzzicato in questo modo.
Proviamo allora a dare una risposta a questo interrogativo, percorrendo tre delle strade che questa metafora ci offre.
Innanzitutto, gli “alieni” in Bugonia possono essere letti come metafora di disuguaglianza sociale, in una narrazione di cui si fanno autrici proprio le classi subalterne. Ci troviamo dunque dinanzi ad una biforcazione che spalanca la porta al secondo degli scenari possibili: se l’alieno non è simbolo di mera alterità per le classi marginali, esso potrebbe rappresentare un espediente per raccontare una tragica tendenza degli “ultimi”: quella di individuare il nemico fuori da sé, fuori dal genere umano. I deboli, infatti, spesso sono troppo spaventati per puntare il dito contro i veri padroni.
Infine, (e questo orientamento viene sposato proprio nel finale), gli alieni sono il mezzo per esprimere il nefasto ed inevitabile giudizio universale sul genere umano, ormai irrecuperabile.
Non è forse l’alienazione poi, ad essere diventato purtroppo il sentimento più umano di tutti? L’alienazione conduce alla dipendenza, alla castrazione chimica, al delirio, al suicidio. Danni irreparabili a cui la società del consumo sa e tenta di rispondere solo attraverso il denaro. Nell’economia del danno, i soldi non sono che un palliativo che i capitalisti cercano di far trangugiare a chi ormai ha già perso troppo e non può far altro che cercare vendetta.
Le fragilità delle vittime della nostra società vengono raccontate con una carica emozionale fortissima da parte di Lanthimos, soprattutto nelle sequenze in bianco e nero, dove viene disvelato l’animo fanciullesco del protagonista, a cui i sogni, anche quelli più banali (come quello di avere una madre) sono stati strappati troppo presto, ed in modo troppo brutale. Il regista, così, rimette in ordine la narrazione: riposizionando buoni e cattivi ciascuno al proprio posto.
Ci sono decine e decine di altri temi che il genio visionario che è Yorgos tocca in maniera mai banale: la sicurezza sul lavoro, lo squilibrio tra datore di lavoro e dipendenti, il trasformismo politico, la povertà, la pedofilia, le dinamiche di potere che si celano dietro le forze dell’ordine. Tutte questioni su cui si potrebbero scrivere pagine e pagine di riflessioni, ma che il regista ha saputo fotografare in poche sequenze divertenti, dolce amare, mai scontate.
Mi permetto di richiamarle però in quanto fondamento del fantomatico giudizio universale sulla nostra specie; e allora arriviamo al finale, su quelle note che chiedono: will they ever learn?
La risposta è, forse, già scritta nelle immagini. Quando tutto finisce e le strutture si sgretolano, quando gli uomini si eliminano tra di loro a causa della loro ostinazione a non riconoscere la propria stessa rovina, rimane una consapevolezza: siamo tutti uguali. Nella morte le differenze si abbattono, dormiamo tutti lo stesso stupido, evitabile sonno. Non siamo diversi dai dinosauri: siamo stati solo un’altra parentesi che ha creduto di essere eterna. Se solo, un giorno, imparassimo davvero.
