
È arrivato il 9 ottobre nelle sale italiane Tre Ciotole, il nuovo film diretto dalla regista spagnola Isabel Coixet, tratto dall’omonimo romanzo di Michela Murgia.
Protagonisti sono Marta (Alba Rohrwacher) e Antonio (Elio Germano), una coppia al centro di un momento cruciale: dopo una rottura dolorosa, Marta decide di isolarsi, convinta che il suo malessere derivi dal cuore infranto. Ma l’insorgere di un sintomo — la perdita di appetito — la costringe ad affrontare la dolorosa scoperta che il dolore che la tormenta non è solo quello della fine di un amore. Alba Rohrwacher (Marta) ed Elio Germano (Antonio) sono centrali in questo racconto, e molti critici concordano che la loro interpretazione sia uno dei punti di forza del film. Rohrwacher porta con sé vulnerabilità, ma anche una certa dignità nella sofferenza; Germano interpreta un personaggio complesso, non semplicemente «colui che lascia», ma qualcuno che pure soffre e si confronta con i propri limiti.
Tematicamente, il film si muove su più livelli: la fine di una relazione, la crisi fisica, la malattia e la morte, ma anche la possibilità di rinascita, la riconciliazione con se stessi e con ciò che resta della propria vita. Interessa la dimensione esistenziale: cosa significa vivere davvero quando il corpo non risponde, quando le certezze vacillano.
Roma, con i suoi quartieri come Trastevere e Testaccio, funge non solo da ambientazione ma anche da specchio: le sue strade, i palazzi, gli interni, i cortili diventano frammenti di un paesaggio interiore, sempre sospeso fra memoria, silenzio e desiderio di rinascita.

Tre Ciotole tocca le corde giuste: non è solo una storia di dolore, ma anche una riflessione sulla resilienza, sulla trasformazione che può nascere dal confronto con la malattia, il distacco e la perdita. Per chi ha letto il libro di Michela Murgia, il film offre una trasposizione che sembra rispettare l’impatto emotivo e il linguaggio dell’autrice, pur traducendoli in immagini e suoni e concentrandosi solamente su uno dei racconti affrontati nel libro. Naturalmente, un adattamento letterario porta con sé sfide: il rischio di semplificare, di perdere sfumature interiori. Inoltre, la scelta di rendere esplicita la malattia come fulcro drammatico può portare a risultati troppo “pesanti” senza un bilanciamento attento.
Alcuni passaggi sembrano perdere tensione narrativa, soprattutto nelle “digressioni”: momenti in cui il film devia verso scorci molto descrittivi.
Il ritmo complessivo è spesso lento, cosa che per molti è parte del pregio, ma che può pesare per lo spettatore abituato a una narrazione più compatta. Alcuni elementi del libro di Michela Murgia non sempre riescono a tradursi con la stessa forza sullo schermo, in parte per la necessità di adattamento.
Oltre le performance attoriali, notevi anche la fotografia e la scenografia. La fotografia, firmata da Guido Michelotti, utilizza tantissimi giochi di luce: l’uso della luce tende ad essere realistico, con tonalità naturali. Nei momenti di sofferenza utilizza colori più freddi o luce spenta, oppure ombre più marcate; nei momenti di rinascita, piccoli contrasti luminosi, giochi di luce morbidi. La Roma rappresentata non è “da cartolina”, ma sporca, vissuta, interiore. Alcune inquadrature privilegiano spazi chiusi o intermedi: stanze, cucine, corridoi, scorci urbani che riflettono l’interiorità dei personaggi.
La scenografia di Paola Comencini si sofferma sugli ambienti di casa, cucina, scuola, i luoghi del lavoro sono pensati per essere quotidiani ma carichi di spessore: oggetti che parlano, il cibo come presenza concreta, la tavola, piatti, ciotole (che diventano simbolo) come elementi portanti. I luoghi esterni, come Trastevere e il panorama romano, sono usati come sfondo vivo ma non sempre idealizzato.
Tre Ciotole è un film che vale la pena vedere soprattutto per chi ama il cinema intimista che indugia sui sentimenti, che non teme di mostrare la debolezza, che accetta i tempi della trasformazione interiore. Resta un’opera coerente, emotivamente potente, che onora il romanzo di Michela Murgia restando fedele al suo spirito di verità, pur filtrato dalla poetica di Isabel Coixet.
