“Il capitale umano”, un viaggio oscuro nell’Italia benestante

A più di dieci anni dalla sua uscita, “Il Capitale Umano” di Paolo Virzì rimane una delle opere più incisive e discusse del cinema italiano contemporaneo. Il film, presentato con successo al Festival Internazionale del Film di Roma nel 2013 e acclamato da critica e pubblico, continua a risuonare per la sua pungente analisi delle disuguaglianze sociali ed economiche, un tema purtroppo sempre attuale nel panorama italiano.

Liberamente ispirato al romanzo “Human Capital” di Stephen Amidon, Virzì traspone l’azione dalla provincia americana alla Brianza, cuore pulsante dell’economia e delle contraddizioni italiane. Attraverso una narrazione corale e frammentata, che ripercorre i medesimi eventi da punti di vista diversi, il regista costruisce un affresco impietoso delle dinamiche che legano e dividono due famiglie agli antipodi sociali: i Bernaschi, ricchi e spregiudicati, e i Perucchi, ambiziosi ma intrappolati nelle spire di una classe media in declino.

Il fulcro narrativo, un incidente stradale avvenuto la notte prima di Natale che coinvolge un ciclista, diventa il catalizzatore che svela le menzogne, le ipocrisie e i compromessi morali dei personaggi. Virzì utilizza questo espediente per esplorare la natura corrosiva del denaro e il suo impatto sulle relazioni umane. Il “capitale umano” del titolo non è solo un riferimento all’investimento finanziario che il protagonista Dino Perucchi (Fabrizio Bentivoglio) cerca disperatamente di fare con la famiglia Bernaschi, ma anche una metafora della mercificazione delle vite e dei valori in una società ossessionata dal profitto.

La forza del film risiede nella sua capacità di costruire personaggi complessi e credibili, interpretati da un cast di alto livello. Valeria Bruni Tedeschi nel ruolo di Carla Bernaschi, la moglie insoddisfatta che cerca riscatto nell’arte, e Fabrizio Bentivoglio, l’agente immobiliare arrampicatore sociale, offrono performance memorabili che incarnano le diverse sfaccettature della borghesia e della classe media. Una giovane Matilde Gioli nei panni di Serena, un superbo Fabrizio Giufuni e una straordinaria Valeria Golino regalano una performance intensa e credibile.

“Il Capitale Umano” non si limita a denunciare le ingiustizie dettate dalle differenze di classe ma offre anche spunti di riflessione sulla responsabilità individuale e collettiva indagando anche su alcuni cliché che, inevitabilmente, tendiamo a ripete. Il finale amaro lascia allo spettatore il compito di giudicare e di interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte. La regia di Virzì, attenta ai dettagli e capace di bilanciare dramma e una sottile vena di humour nero, contribuisce a rendere il film un’esperienza coinvolgente e stimolante.

Ognuno di noi ha un valore, ognuno di noi ha, addirittura, un prezzo: il nostro capitale umano rappresentato dalla nosrra ricchezza intrinseca e dal nostro patrimonio immateriale. Ed è così che, in caso di morte, il nostro valore viene stabilito dalle nostre attitudini, dal nostro guadagno lavorativo e dalla qualità dei nostri legami affettivi.

Virzì ci mostra come, nella società odierna, tutto abbia un valore tranne i sentimenti e umanità.

A distanza di anni, “Il Capitale Umano” mantiene intatta la sua potenza narrativa e la sua rilevanza sociale. In un’Italia che continua a confrontarsi con crescenti divari economici e una persistente crisi di valori, il film di Paolo Virzì si conferma come uno specchio lucido e, a tratti, scomodo, capace di riflettere le ombre e le luci di una società in continua evoluzione. Un’opera che merita di essere rivista e analizzata, non solo per il suo indubbio valore artistico, ma anche per la sua capacità di innescare un dibattito fondamentale sul futuro del nostro “capitale umano”.

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