“Felicità”, il coraggio del riscatto in una famiglia disfunzionale

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“Felicità,” presentato con successo alla 80ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti Extra, è il lungometraggio che segna l’esordio alla regia dell’attrice Micaela Ramazzotti.

Acclamato da pubblico e critica quello della Ramazzotti è un esordio coraggioso e audace che porta in scena un dramma familiare con delicatezza e attenzione dimostrando una grande conoscenza del mezzo cinematografico.

“Felicità” racconta la storia di Desiré, una truccatrice cinematografica che cerca disperatamente di salvare il fratello da una famiglia disfunzionale e soffocante. Il film esplora le dinamiche familiari tossiche, il peso delle aspettative e il desiderio insopprimibile di libertà e riscatto. La Ramazzotti, con la sua interpretazione intensa e sfaccettata, riesce a dare vita a un personaggio che incarna la forza e la fragilità di chi lotta per un pezzettino di felicità in un contesto avverso.

Desiré cerca di ricostruirsi tra le braccia di Bruno, professore universitario molto più grande di lei, ma anche lì, in quell’ambiente intellettuale, viene continuamente depersonalizzata e ridotta a semplice donna-oggetto. Crescere in una famiglia disfunzionale, con un padre show-man che pensa solo ed esclusivamente alla sua carriera televisiva e una madre che non fa altro che assecondarlo, significa crescere in fretta e cresce male arrivando a non accorgersi nemmeno degli abusi sessuali subiti da bambina. E così Desiré pensa di poter risolvere ogni cosa con il sesso, ogni discussione con Bruno concedendosi, come se fosse l’unica cosa di cui è capace.

Ma quando a stare male non è lei ma suo fratello minore Claudio, Desiré non lo può tollerare e inizierà a fare l’impossibile affinché il giovane possa ricostruirsi una vita in linea con i suoi sogni e lontano da quel nucleo domestico.

“Felicità”, dunque è un film coraggioso perché non ha paura di destrutturare il nido per eccellenza, il luogo più sicuro e felice al mondo accendendo la luce su dinamiche complesse e su tutte quelle famiglie dove a regnare non è l’amore ma l’interesse economico e il tornaconto personale. Il coraggio di “Felicità”, però, risiede anche nella scelta di portare sul grande schermo il mostro invisibile della depressione con l’intento di sensibilizzare chi, proprio come il padre di Claudio, pensa che la depressione, chiamata pazzia, sia solo pigrizia e che possa essere risolta con due schiaffi.

“Felicità” non è solo un film sulla disfunzione familiare, ma anche un inno alla resilienza e alla ricerca della propria strada. Il titolo stesso, apparentemente in contrasto con le difficoltà affrontate dai personaggi, suggerisce una speranza intrinseca, un desiderio profondo di raggiungere uno stato di benessere e libertà.

Il cast, oltre a Micaela Ramazzotti, vede la partecipazione di talenti come Max Tortora e Anna Galiena, che interpretano i genitori oppressivi di Desirée, contribuendo a creare un quadro familiare claustrofobico e realistico. Fondamentale anche il ruolo di Matteo Oliverio, che già ci aveva regalato una bella performance ne “La terra dell’abbastanza”, nel ruolo del fratello Claudio e quello di un magistrale Sergio Rubini nei panni di Bruno. Le loro performance contribuiscono a rendere la narrazione ancora più realistica e toccante. Simpatico, e al contempo avvillente, anche il cameo di Giovanni Veronesi che richiama alla mente la tragedia del ridicolo vista in “Io la conoscevo bene” di Pietrangeli in cui vediamo un Ugo Tognazzi mimare una locomotiva tra lo scherno dei presenti.

La regia della Ramazzotti è asciutta e incisiva, capace di mettere in luce le sfumature emotive dei personaggi senza cadere nel melodramma. L’unica pecca è che, ancora una volta, la Ramazzotti ci regala una protagonista già vista in tanti film di Paolo Virzì e una performance, seppur sublime, troppo simile a quella vista ne “I migliori anni”, “La pazza gioia” e “La prima cosa bella”. Con questo esordio alla regia, però, non solo consolida la sua posizione nel panorama cinematografico italiano, ma si rivela anche una regista promettente, capace di raccontare storie che risuonano profondamente nell’animo dello spettatore.

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