“L’arte della gioia”: il viaggio di Modesta dagli inferi al mare in una volontà di potenza tutta al femminile

Dopo tanti anni nel dimenticatoio e una storia editoriale piuttosto lunga e complessa, fatta di costanti rifiuti e accuse di immortalità, il romanzo della scrittrice siciliana Goliarda Sapienza ha incontrato il pubblico grazie all’adattamento televisivo di Valeria Golino e Nicolangelo Gelormini.
Proprio come il romanzo, anche la serie disponibile su Sky e Now, ha diviso il pubblico dimostrando come, a distanza di anni, il personaggio di Modesta sia ancora capace di scandalizzare e turbare chiunque la incontri.
“L’arte della gioia”, scritto negli anni 70 del ‘900, è un romanzo profondamente innovativo e tutt’altro che figlio del suo tempo.
Modesta, nata da una famiglia povera e contadina della Sicilia del primo’ 900, conosce la fame e la miseria profonda dalla quale fa di tutto per scappare.
“L’arte della gioia” è, prima di tutto, un romanzo di formazione che ripercorre l’escalation sociale di una giovane donna che è disposta ad ogni cosa.
Ed è proprio questo che sconvolge il lettore/spettatore di ieri come quello di oggi: il fatto che una donna, che l’autrice sceglie di chiamare ossimoricamente Modesta ma che di modesto non ha niente, abbia dei desideri sessuali e non.
Modesta, povera e calpestata da una società maschilista e patriarcale, rifiuta quello che la sua condizione le riserva: essere moglie, passiva e semplice oggetto di desiderio.
Lei non vuole essere desiderata. Modesta vuole desiderare, proprio come è concesso ad uomo, vuole crescere, vuole studiare, vuole comandare e vuole godere dei piaceri del corpo senza vergogna o sensi di colpa. La protagonista incarna a pieno il concetto di Volontà di potenza di Nietzsche inteso come non desiderio concreto di uno o più oggetti specifici, ma come il meccanismo del desiderio nel suo stesso funzionamento incessante: il desiderio vuole continuamente e senza sosta il suo stesso accrescimento, dato che il desiderio è pulsione infinita di rinnovamento fino al raggiungimento del suo punto più alto che nel sui caso si concretizza ne l’arte della gioia, la capacità di provare questa emozione nonostante tutto, una vera e propria arte che la protagonista impara nel corso della sua esistenza.
Tutta la vicenda di Modesta, che così come il romanzo si svolge con rimandi continui ed espliciti all’inferno dantesco, potrebbe essere intesa come un viaggio di risalita dagli inferi. Partendo dal girone più basso possibile, la protagonista, compirà il suo viaggio di risalita terminato, non con la visione delle stelle, ma con la visione del mare.
Il mare, infatti, sarà una sorta di deus e macchina in tutta la narrazione. Nata a Chiana del Bove, Modesta non conosce altro che campagne e animali da pascolo e il mare non riesce nemmeno ad immaginarlo. Lo cerca disperatamente e lo trova solo negli occhi del giovane Tuzzu da bambina, negli occhi di un padre orco e negli occhi di Carmine, gabellotto della tenuta Brandiforti.
Il mare, che dopo tanto dolore e tanti morti, Modesta riuscirà a vedere fungerà da fonte battesimale davanti alla quale si consacra alla sua nuova vital, quella conquistata con le unghie e con il sangue.
Il mare, composto da acqua e sale, sarà anche il metaforico contenitore in cui convergeranno tutte le lacrime versate dalla giovane protagonista durante la sua vita.
Abbiamo parlato, dunque, dell’elemento acqua ma c’è anche un altro elemento che ritorna puntuale in tutta la narrazione: il fuoco. Quel fuoco che accompagna Modesta in tutta la sua vita è che spesso divampa sul suo viso attraverso risate improvvise, è che sarà sempre l’elemento prediletto della protagonista per porre la parola “fine”. È con il fuoco, infatti, che Modesta condanna gli altri mentre lei rinasce, ogni volta, attraverso l’acqua, basti pensare alla scena della pioggia quando ancora era in convento o al tentativo di suicidio nel pozzo.
Ma “L’arte della gioia” ci insegna anche un’altra cosa: in una sorta di “Passacaglia della vita” ci ricorda che “bisogna morire” ogni volta per poter poi rinascere e fare un passo in avanti.
Quando si incontra un personaggio così moderno, così spregiudicato e così caratterizzato non si può non rimanere affascinati e turbati. Modesta, infatti, è un personaggio perturbante perché incarna perfettamente il concetto di unhamlish Freudiano inteso come qualcosa che un tempo ci era famigliare e che, poi, non lo è più. Con il volto angelico, i modi gentili e il suo sorriso Modesta è la classica brava ragazza ma quando la scopriamo capace di uccidere, capace di provare piacere sia con uomini che con donne, ci sempre pericolosa e spaventosamente immorale.
La regia di Valeria Golino e di Nicolangelo Gelormini, che ci aveva già conquistato con il lungometraggio “Fortuna”, è impeccabile al punto tale da far sperare ci possa essere una seconda stagione che continui a seguire le vicende della giovane donna che nel romanzo si estendono fino alla seconda guerra mondiale.
Nel cast, insieme a Tecla Insolia, che dona corpo ed anima a Modesta dando prova di grande talento attoriale, troviamo Jasmine Trinca, Valeria Bruni Tedeschi e Guido Caprino.

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