“Joker Folie à Deux”: nessun folle passo a due ma un triste valzar psicologico tra Joker e Fleck

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Sono passati ben cinque anni dal 31 agosto 2019 quando il premiato “Joker” di Todd Phillips sbarcò nelle sale cinematografiche. Un film riuscito e super premiato che aveva restituito umanità ad uno dei villain più amati del mondo dei fumetti DCA. Arthur Fleck è un comico fallito, ignorato e calpestato da una società che lo mette ai margini, che trova il suo momento di gloria in una follia che presto diventa collettiva. Ma Phillips non si ferma, scava a fondo e spiega i motivi dei disturbi che albergano nella sua mente: disturbo depressivo, schizofrenia e disturbo da stress post-traumatico, tutti causati da un’infanzia di abusi e soprusi.

E così, nella prima pellicola, Arthur Fleck non solo diventa un Joker che piace, che commuove e con il quale si empatizza perché tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo sentiti masticati e sputati dal mondo, ma, soprattutto, diventa una “maschera” potente, simbolica, che promette cambiamenti e rivoluzioni.

Dopo cinque anni di attesa e di altissime aspettative su quello che il sequel di Todd Phillips avrebbe regalato agli spettatori, e dopo il primo weekend di “Joker Folie à Deux” si iniziano a tirare le prime somme che non sono proprio promettenti: il primo weekend, infatti, si è concluso con 40 milioni di dollari negli Usa e 121 nel resto del mondo. Cifre molto basse rispetto ai 450 milioni almeno che avrebbe dovuto guadagnare per andare in pareggio con la prima pellicola e per consentire il rientro dalle ingenti spese di produzione.

Bisogna riconoscere che non sono bastati i premi oscar di Joaquin Phoenix e Lady Gaga per rendere la pellicola, non dico memorabile, ma almeno all’altezza di ciò che si aspettava da una storia che avrebbe potuto offrire molto di più.

Tutte le emozioni, la suspanse, lo spannung e l’azione che aveva caratterizzato la prima pellicola sono completamente assenti nel sequel che si presenta scarno sia a livello di trama che di movimento. L’intero film, dalla durata di 183 minuti, si svolge interamente tra due luoghi: il carcere psichiatrico nel quale Joker è rinchiuso e l’aula di tribunale dove Fleck subirà il processo per i sei delitti compiuti e che, presto, si trasformerà in un palcoscenico per un “one man show”.

L’unico movimento è dato dalle parti cantate che rendono il film quasi un musical, sublime nel suo genere, dove lo spettatore può godere delle piene capacità artistiche e canore di Lady Gaga e rivedere, per qualche minuto, ciò che Joker era stato nel primo film e che non è più.

Quello che vedremo nel film lo si capisce dai primissimi minuti in sala, attraverso l’incipit in stile cartone by Warner Bros dove si vede il costume di Joker salire sul palco e dare spettacolo mentre strattona la povera anima di Fleck piegata ormai al suo volere. Una spiccata scissione di personalità è il principale disturbo di Fleck che, in questo film, si trova a combattere non più contro il mondo ma contro se stesso cercando di rispondere ad un dilemma: continuare ad essere Joker ed essere amato da tutti con una condanna a morte certa, oppure abbracciare il timido e malmesso Fleck, ancora una volta scartato dal mondo?

Il siparietto musicale più riuscito, anch’esso tutto nella mente dell’uomo, è proprio quello in cui si ascolta “Joker is me”, dove assistiamo allo straziante tentativo di convivenza tra le due personalità.

Sono queste domande che dilanieranno sempre di più l’anima del comico fallito in un film in cui si assiste, ancora una volta, all’opposizione tra “maschera” e “persona”, tra “persona” e “personaggio” e in cui la critica alla società diventa ancora più forte ma ancora più velata. Quest’ultima, infatti, ha bisogno di vittime ed eroi sacrificali da mettere a morte attraverso i quali ottenere un effetto catartico sulla propria anima e sulle proprie pulsioni represse ed, allora, il povero Joker serve. Ma quando il trucco si scioglie e la happy face ricreata col rossetto lascia il posto ad un sorriso riverso al contrario causato da una ferita di rasoio fatta dall’agente, tutto cambia: Joker non esiste più, esiste solo l’uomo fragile che nessuno accoglie perché la società ha bisogno sempre di un mostro attraverso il quale essere ciò che non può.

Nemmeno la storia d’amore con Harley Quinn è pura, nemmeno l’amore lo accoglie. La donna, anch’essa con problemi psichici, si innamora di Joker, della sua maschera, ma non dell’uomo e quella che sembra un amore travolgente e imperfetto si sgretola mettendo a nudo anche l’ipocrisia dei sentimenti. “Usciti da qui costruiremo una montagna”, dice Quinn, ma l’amore sano le montagne le scala e non le costruisce.

“Joker Folie à Deux”, dunque, non è come si sperava un esilarante e folle passo a due tra Joker e la Quinn ma un triste valzar danzato nella mente di Fleck tra le sue due personalità e, per questo, un film che non offre allo spettatore quello che si aspettava ma che mette in risalto, ancora una volta, l’occhio attento e coraggioso del regista che non ha paura di far crollare i miti e che, proprio in linea con il messaggio del film, ha il coraggio di non dare alla società ciò che essa vuole.

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