“Il Divin Codino”: il biopic targato Netflix che racconta l’uomo dietro il campione

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Dopo il biopic che rasenta il racconto agiografico, “Speravo di morì prima” su Francesco Totti, arriva sul piccolo schermo grazie a Netflix la storia di un altro numero 10: Roberto Baggio. Il film, disponibile sulla piattaforma dal 26 maggio, è al secondo posto tra i film più visti in Italia nelle ultime ore. Una pellicola imperdibile per gli amanti del calcio e degli anni ’90 che quei mondiali contro il Brasile li hanno vissuti sulla propria pelle.

“Il Divin Codino” diretto da Letizia Lamartire, alla sua seconda prova dietro la macchina da presa dopo “Saremo giovani e bellissime” del 2018, si muove in una direzione differente rispetto al biopic su Totti di Luca Ribuoli. Lo spettatore, infatti, non assisterà a nessun processo di mitizzazione e, piuttosto che concentrarsi sul talento cristallino, indiscusso e a tratti sfortunato del numero 10, si sofferma sulla storia personale dell’uomo dietro il campione. Vedremo un giovanissimo Roberto Baggio alle prese con il suo primo ingaggio in serie A e la sua prima convocazione in nazionale ma lo spazio lasciato al campo e al “pallone” in generale sarà veramente minimo. L’ attenzione verrà tutta riversata sulla psicologia del protagonista, sui suoi infortuni e sull’incessante paura del fallimento. Ampio spazio verrà riservato alle dinamiche familiari, al rapporto conflittuale col padre (interpretato da Andrea Pennacchi), all’amore storico con la moglie Andreina (Valentina Bellè) e anche alla tematica della conversione e al Buddismo, religione con la quale Baggio curò i suoi momenti di sconforto. Quindi, più che un racconto sul talento calcistico di Baggio, il film targato Netflix è uno sguardo intimo ed introspettivo nell’animo di un uomo, amato dal pubblico proprio per il suo essere “umano” e mai divinizzato.

“Il Divin Codino” risulta un film godibile, con una bella fotografia e belle inquadrature. La sceneggiatura ogni tanto vacilla, forse anche a causa di scene più o meno brevi in dialetto veneto per le quali era consigliabile l’uso di sottotitoli. Si nota qualche errore di distrazione da parte della regia: i bar che raccolgono il pubblico per la visione dei mondiali, nonostante sia il 1994, sembrano bar anni ’70 e compaiono auto targate ancora Vicenza quando le province erano già state eliminate.

Nonostante ciò, interessante l’interpretazione di Andrea Arcangeli (la cui bravura era già chiara in “Romulus”) che, seguendo le istruzioni di regia, non va mai sopra le righe e dà corpo ed anima un uomo a tratti eccessivamente cupo.

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  1. Avatar di wwayne wwayne ha detto:

    Ho dedicato un post a un altro dei miei calciatori preferiti: https://lapinsu.wordpress.com/2015/02/04/grazie-di-tutto-iakovenko-guest-post/. Che ne pensi?

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