“Sussurri e grida” di Bergman

“La prima immagine ritornava sempre: la stanza rossa con le donne vestite di bianco. Succede che alcune immagini ritornino in modo ostinato, senza che io sappia cosa vogliono da me. Poi scompaiono, ritornano di nuovo e sembrano sempre le stesse.
Quattro donne vestite di bianco in una stanza rossa. Si muovevano, si sussurravano qualcosa l’un l’altra, con atteggiamento molto misterioso. A quel tempo ero occupato in tutt’altro, ma, poiché ritornavano con così grande ostinazione, capii che volevano qualcosa da me”.
(I. Bergman, Immagini)

“Sussurri e Grida” è un film del 1972, del regista svedese Ingmar Bergman. Non a torto, è considerato uno dei grandi capolavori del regista, il film ha infatti ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui cinque candidature e una vittoria  agli Oscar, un premio ai nastri d’ argento, due ai David di Donatello e anche una candidatura ai Golden Globes.

La pellicola si apre con la  frase di una donna, Agnese, allettata perché ha un male incurabile che le causa un’estrema sofferenza, accanto a lei ci sono  le due sorelle e la badante che aspettano il sopraggiungere della morte. Durante questi momenti di sofferenza, attraverso l’uso dei  flashback e con l’accompagnamento di una voce narrante, si ritorna indietro e vengono mostrati alcuni episodi che riguardano l’infanzia di Agnese e il rapporto con la madre. Le tre sorelle nel frattempo saranno a stretto contatto e si conosceranno meglio, cogliendo alcuni aspetti sconosciuti dei loro caratteri. Come tipico di Bergman, uno dei protagonisti  principali della pellicola è sicuramente il tempo, infatti la crescente suspense viene scandita dalla scelta di inquadrare spesso gli orologi. Il film può essere suddiviso in diversi momenti, la prima parte si concentra su Agnese, la sorella moribonda, sul suo passato e il suo rapporto con la vita. Durante il film verrà mostrata la morte di quest’ultima che  segnerà un punto da cui si dirameranno altre riflessioni che analizzeranno attraverso dei grandi dialoghi, tipici del regista, la vita delle altre due sorelle e  della badante, quest’ultima,  la donna  che più di tutte  si prende  davvero cura di Agnese. La pellicola cerca di sviscerare i loro sbagli, i loro pentimenti e i loro pensieri rispetto alla quotidianità pervasa da regole rigide, imposte da  una borghesia che tende a nascondere la verità dietro il muro delle apparenze. L’avvenuta morte farà scaturire nelle sorelle un sentimento diverso, una necessità nuova di conoscersi, viene  così analizzata la vita della prima sorella, Karin, attraverso il racconto del suo masochismo, che viene fuori in diversi comportamenti privati. Successivamente viene presentata la vita di Maria, l’ultima sorella con i suoi tradimenti e i suoi problemi coniugali ed infine ancora vengono mostrati pezzi  di vita della badante, segnati invece da profondi dolori.  A parte il giardino, inteso come luogo di felicità e spensieratezza, la pellicola si svolge tutta all’interno di una villa che è praticamente di colore rosso, sia le tende che i muri che i pavimenti, tutto è di questo colore che ovviamente può rappresentare tanti concetti  tra cui il dolore, il sangue, la passione, la vita. Le protagoniste invece indossano prima dei vestiti bianchi in segno di purezza e leggerezza e poi neri come a voler rimarcare il momento del lutto ma anche il cambiamento di prospettiva. In un colpo di scena, sospeso tra sogno e realtà, dopo che le due sorelle si avvicinano durante la veglia notturna alla defunta e si scambiano delle confessioni mai fatte prima, avviene questo strano risveglio della morta, ella  richiama a sé  le sorelle ma entrambe si mostrano non disposte ad accompagnarla durante la traversata della morte, al contrario della badante che invece  la prende tra le sue braccia. Una scelta che  vuole  sottolineare la  realtà  di tutti quei sentimenti positivi e gentili che però si arrestano e lasciano il  posto alla paura, allo spavento. Anche la morte segue un proprio rito che diventa inquietante quando, come in questo caso, non rispetta quei passaggi prestabiliti, quelle consuetudini. Alla fine, nel passaggio dall’altra parte si rimane soli e nessuno è in grado di rispondere alla richiesta della morta, a parte  la cameriera che nell’atto di aiutarla, assume le sembianze di un’imponente figura materna religiosa. La donna infatti  è più vicina di tutte  a capire il dolore della morte  perché  ha  vissuto la tragedia più grande, quella di vedere morire un figlio. È la descrizione di  un vuoto, di  un’attesa straziante e dei  limiti dell’animo umano di fronte a qualcosa che non si può comprendere fino in fondo.

“Sussurri e Grida”, già titolo rimanda a due azioni che accompagnano il momento della morte e tutto quello che c’è intorno. Nel  finale ci sarà una scena di serenità, si vedono le quattro donne su un dondolo nel giardino, in un momento passato di spensieratezza e di sorrisi;  un ricordo questo, evocato dalla voce fuori campo di Agnese che ammette come tutto ciò rappresentasse per lei  la vera felicità  soprattutto perché  in quel momento  provava la  totale assenza di dolore fisico e mentale. Un vero viaggio nell’animo femminile. Bergman quindi nel finale, ci lascia intravedere una speranza, attraverso un messaggio implicito, che vuol dirci che solo attraverso la rappresentazione e il ricordo è possibile  riportare in vita i momenti felici che altrimenti rimarrebbero sospesi in un tempo indefinito e in una dimensione privata non accessibile. L’analisi dell’unica certezza: la morte con le sue tante domande, le sue contraddizioni e il suo dolore.

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