“Manhattan”. Il capolavoro di Woody Allen e l’omaggio ai grandi maestri del cinema.

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CHIARA IMBIMBO E TATIANA CARRABS

A poche settimana dall’uscita di “A proposito di niente”, l’attesissima autobiografia di Woody Allen, proviamo a raccontarvi uno dei film più celebri del regista newyorkese: “Manhattan”.

“Manhattan” è una pellicola del 1979 che contiene tutte le tematiche, e il modo originale di fare cinema del regista. Per questo possiamo considerarlo uno dei film più alleniani in assoluto: in soli 96 minuti riesce a condensare tutti gli elementi caratteristici del suo cinema, dall’amore viscerale per la città, che ritornerà nel 2018 anche in “Un giorno di pioggia a New York”, ai dubbi esistenziali, dal sesso all’arte. Le tipiche tecniche del regista, usate poi anche nei film successivi, si mostrano sin dai primi secondi dove si ascolta la caratteristica musica jazz e i titoli di apertura sempre realizzati con il solito font e sfondo nero.

Per prima cosa va detto che “Manhattan” è un film molto coraggioso in quanto realizzato completamente in bianco e nero, cosa piuttosto atipica a ridosso degli anni ottanta. Allen aveva già sperimentato il gioco di colori tra il bianco e nero nel thriller da camera “Interiors” e decide di attuarlo a pieno regime in “Manhattan” come risposta all’esigenza di aderenza al reale. Manhattan, vera protagonista del film, è una città vivida e colorata in cui lo spettatore potrebbe perdersi. Per far si che ciò non avvenga, Allen, la scarnifica, la riduce all’osso richiamando alla mente l’operazione attuata ne “Il mago di Oz” di Fleming (1945): il mondo reale di Dorothy è in bianco e nero, in contrapposizione al fantastico mondo di Oz dove regnano i colori più sgargianti.

Protagonista del film (dopo Manhattan che è la vera protagonista) è Isaac Davis (interpretato dallo stesso Woody), autore televisivo quarantaduenne e scrittore in attesa di essere pubblicato. Isaac vanta due matrimoni fallimentari di cui l’ultimo con Jilly interpretata da una divina Merly Streep. Isaac, come molti dei personaggi alleniani, è in cura da un’analista e presenta svariate nervosi, come l’ossessione per la perfezione visibile nell’incipit. Il meccanismo di difesa psicologica che Isaac attua è quello della regressione allo stato infantile che gli consente di sottrarsi ad alcuni aspetti del reale e che trova sfogo nella relazione poco impegnativa con la diciassettenne Tracy. Una serie di esilaranti circostanze, tra cui l’incontro con Mary, interpretata dall’immancabile Diane Keaton, metterà tutti i rapporti in discussione e Isaac si troverà costretto a schierarsi e a compiere delle scelte.

Tutta la forza del film, oltre che su un’impeccabile sceneggiatura, si condensa nella forza delle inquadrature e sul continuo alternarsi di linee orizzontali e verticali che andranno a simboleggiare le disconnessioni e le connessioni tra i personaggi. La corsa sfrenata di Isaac nel prefinale, in cui vedremo un campo medio/lungo, richiama alla mente quello che si avrà pochi anni dopo in “Broadway Danny Rose” e risponderà alla stessa esigenza.

“Manhattan” è un film fondamentale anche per quanto concerne l’omaggio al mondo del cinema: Allen, prima di essere un uomo che fa cinema, è un uomo che ama il cinema e che conosce alla perfezione i grandi maestri da Bergaman a Fellini e, in un certo senso, la pellicola si ricollega proprio a quel modo di fare cinema, a quel tipo di arte che riesce ad indagare alla perfezione ogni aspetto di quel periodo storico, dall’arte, alla politica. La morte, la religione, l’incomunicabilità sono tutti temi affrontati in “Manhattan” e che, non a caso, erano caratteristici anche del cinema di Bergman che, tra l’altro verrà esplicitamente citato nel film durante un confronto con Mary. Anche l’omaggio a Fellini è palese: Isaac, dopo una cena, dice a Mary che i suoi amici sembrano usciti da un film felliniano. Un riferimento mirato che ci permette di capire come Allen conosca bene il cinema italiano e come soprattutto riesca ad identificare quell’ambiente in una descrizione precisa riconducibile all’universo fellianiano. Inoltre, in “Manhattan”, proprio come in “Otto e mezzo” o “La Dolce Vita”, viene indagato un universo intellettuale che ha come sfondo una città che, in questo caso, non è Roma. Inoltre, è sempre divertente notare come l’ego del regista sia talmente smisurato da smembrarsi e finire in ogni personaggio.

Un film superbamente divertente da vedere e rivedere per ritrovarsi, a fine visione, con un sorriso beffardo e la voglia di andare avanti nonostante tutto perché, infondo, ci sono sempre tanti motivi per vivere.

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