“Il Traditore”: il trionfante biopic di Marco Bellocchio.

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“Il Traditore” di Marco Bellocchio è stato il miglior film italiano del 2019, conquistando ben sei statuette alla 65° edizione del David di Donatello dello scorso 8 maggio. La pellicola di Bellocchio, infatti, si è aggiudicata il premio per miglior film, miglior regista e miglior attore protagonista (Pierfrancesco Favino).

Bellocchio è un regista ottuagenario che di pagine di storia italiana ne ha sfogliate tante e con l’ultima pellicola si sofferma sulla figura prismatica ed emblematica di Tommaso Buscetta, eroe dei due mondi, seguendone le vicende (dal Brasile al periodo Americano, dove abbiamo le uniche scene un pò forzate) dagli anni Ottanta fino alla morte avvenuta negli anni Duemila.

La pellicola è un vero e proprio biopic dal taglio lineare, informativo e a tratti documentaristico (vedremo, infatti, il famoso filmato storico del funerale del giudice Falcone e il celebre grido disperato di Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani): Bellocchio non si prende nessuna licenza poetica, non romanza il personaggio ed evita il rischio di mitizzarlo offrendolo allo spettatore in tutta la sua complessità e in preda ad innumerevoli corti circuiti.

Tommaso Buscetta, il super pentito per eccellenza, “il traditore” che ha portato all’allestimento del maxi processo in cui sono stati arrestati le figure di spicco della mafia siciliana, tra cui Totò Riina, paga sulla propria pelle lo scotto di un ideale infranto a causa dello scontro tra la vecchia mafia legata a principi ed ideali “saldi” e la nuova mafia corleonese capitanata da Riina. Buscetta, così come ripete Favino, non si è mai considerato un pentito. Non ha mai rinnegato i valori di uomo d’onore che, secondo lui, sono stati traditi dagli altri membri per essersi fatti corrompere dai corleonesi. Buscetta, allora, davanti a chi ha tradito decide di tradire.

Marco Bellocchio ne “Il Traditore” torna a riflettere, oltre che sulla storia, anche su argomenti tipici dei suoi film, come il rapporto genitori figli e la dimensione onirica già presente in pellicole come in “Vincere”. Bellocchio mette lo spettatore davanti ai sogni, alle paure e alle delusioni del protagonista ripercorrendo gli eventi salienti di quegli anni. Belle, a tale proposito, le scene in cui Favino si confronta con Fausto Russo Alesi, nei panni del giudice Giovanni Falcone, tutte costruite con campo e controcampo. Dialoghi rivelatori, che alludono perennemente alla morte, e che avranno come conseguenza l’attentato di Capaci del 1992.

Nonostante la pellicola duri ben 148 minuti, non risulta mai pesante ma, al contrario, Bellocchio riesce a rendere piacevole, complice anche il dialetto siciliano e la spiccata teatralità dei personaggi, anche i lunghi minuti del maxi processo in cui si noterà tutta la bravura di Luigi Lo Cascio nei panni di Salvatore Contorno con il quale si è aggiudicato il David per il miglior attore non protagonista. Non mancheranno scene esilaranti, come l’incontro in una sartoria di Roma tra Buscetta e un Giulio Andreotti in mutande.

Un film che non racconta nulla di nuovo ma che racconta bene, grazie anche alla maestria di Pierfrancesco Favino, ormai cavallo vincente del cinema italiano.

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