“Joker”: dall’ uomo alla maschera.

Un personaggio complesso e difficile da definire che da anni affascina lettori e spettatori: Joker. Sapevamo che la pellicola di Todd Phillips, rilasciata nelle sale italiane il 3 Ottobre 2019, avrebbe fatto discutere non poco.

Il film, sebbene abbia come protagonista il personaggio fumettistico della DC Comics, si distacca sin dall’inizio dal genere con una chiara dichiarazione di intenti, facendo comparire il logo DC, che di solito apre le pellicole della DC Extendend Universe, solo nei titoli di coda ponendosi come un qualcosa di scollegato dal genere.

Ed è in questo modo scollegato che parleremo del Joker di Joaquin Phoenix, unico modo per riconoscere al film, e al personaggio, il valore che meritano.

Il film, sebbene realizzato con un budget ridotto rispetto al target DC, si presenta tecnicamente perfetto con fotografia, inquadratura e montaggio che rasentano la perfezione e, in un modo del tutto naturale, ci trasportano nella Gotham City del 1981 arrivando a farci respirare la puzza che, indomita e selvaggia, padroneggia in quelle strade buie e abbandonate a se stesse, che tanto ricordano quelle di RoboCop (1987) e de Il Corvo (1994).

In primis si tratta di un film atipico, un film che rende protagonista un antagonista per antonomasia: l’acerrimo nemico di Batman, di cui, in fondo, come dice il magnifico Joker interpretato da Heath Ledger ne Il Cavaliere oscuro (2008), non è altro che l’altra faccia della stessa medaglia, modi opposti di reagire alla stessa realtà. Ma il Joker di Phillips non ha nulla a che vedere con Batman, geniale a tale proposito è l’incontro fugace con un Bruce Wayne bambino alle soglie di villa Wayne, dove, per un attimo, si arriva a pensare che i due siano frutti dello stesso albero.

Si tratta quindi di un prequel, un percorso di formazione, o meglio di disfacimento, che porta alla costruzione del Joker che tutti conosciamo. Per questo mettere a confronto il personaggio di Phoenix con quello del compianto Ledger sarebbe del tutto inopportuno. Il Joker di Ledger, meraviglioso, geniale e grottesco, è un personaggio già formato e dal passato inaccessibile: non sappiamo chi è, non sappiamo nulla delle sue cicatrici visibili e non, non sappiamo dove vive e come è arrivato ad essere ciò che è. Il Joker di Phoenix, invece, è talmente umano da arrivare, inconsapevolmente, a distorcersi per essere finalmente accettato ed idolatrato da una società che non ascolta, che non sa cosa sia la gentilezza e che respinge tutto ciò che è diverso dai canoni. Arthur Fleck ha un passato tormentato in cui lo spettatore entra progressivamente insieme a lui finendo, inevitabilmente, a provare tenerezza e, perché no, voglia di dargli un abbraccio; lo stesso abbraccio che lui stesso elemosina dal Sig. Wayne e che immagina di ricevere da Sophie. Ma Gotham è una città che non abbraccia.

Il film, quindi, è una pellicola delle origini e Phillips fa luce su di un’altra origine fondamentale: la risata inquietante di Joker che adesso sappiamo essere frutto di un disturbo della personalità che lo porta a ridere nei momenti meno opportuni. Joker non sa piangere, lo fa solo una volta all’inizio del film mentre è allo specchio a truccarsi. In questo modo il regista ci dice subito che dietro la maschera, dietro il mostro, c’è prima di tutto un uomo, un uomo che è il frutto della società malata in cui vive.

Non si tratta, dunque, di un Joker inquietante e perturbante, Joker non fa paura nemmeno quando uccide ma è la sua paura, la sua fragilità, anche fisica, e la sua rabbia che si percepiscono.

Joker è, per prima cosa, un clown e si porta dietro, e dentro, quella sottile linea di demarcazione tra tragico e comico. Non si può non pensare a Charlie Chaplin, richiamato esplicitamente nella scena in cui Arthur, nei panni di maschera, osserva sullo schermo cinematografico una scena cult del celebre attore. Un richiamo, meno esplicito, ma ugualmente evidente all’attore tragicomico per eccellenza, è la celebre frase pronunciata da Joker:

Pensavo che la mia vita fosse una tragedia, ma ora mi rendo conto che è una commedia.

Todd Phillips ha deciso di inquadrare la vita di Arthur da una prospettiva diversa, proprio quella a cui alludeva Chaplin: “La vita è una tragedia se vista in primo piano, ma una commedia in campo lungo” .

Un film che, come un climax ascendente, esplode in un finale prevedibile ma ugualmente bello che tanto ricorda, sul prefinale, l’empatia provata dagli spettatori de La casa de Papel: un popolo che ama e difende il cattivo di turno, un popolo che attraverso di lui si sente liberato e che grazie a lui, anche se in modo sbagliato, trova il modo di reagire.

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  1. Avatar di vittallek vittallek ha detto:

    arrivando a farci respirare la puzza che, indomita e selvaggia, padroneggia

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