Pirandello: tra lo specchio e la macchina da presa.

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“Tutto questo fragoroso e vertiginoso meccanismo della vita, non può produrre ormai altro che stupidità. Stupidità affannose e grottesche! Che uomini, che intrecci, che passioni, che vita, in un tempo come questo? La follia, il delitto, o la stupidità. Vita da cinematografo!”

Luigi Pirandello è, sicuramente, uno degli artisti più emblematici del ‘900 che al meglio sintetizza la crisi profonda dell’uomo moderno catapultato, improvvisamente, in un mondo veloce e simultaneo. Pirandello, scrittore e uomo di teatro, vive in maniera fortemente traumatica l’avvento del cinema; ricordiamo a tale proposito il saggio scritto nel 1929, apparso sul “Corriere della Sera” il 16 Giugno, “Se il film parlante abolirà il teatro” in cui lo scrittore cerca di fare un bilancio della situazione e salvare il Teatro, arte nobile e con fini diversi dalla settima arte. La questione cinematografica, però, era già stata ampiamente dibattuta in un apposito romanzo sul cinema nel 1925: “I quaderni di Serafino Gubbio operatore”. Il cinema, l’arte che ingloba tutte le altre, l’arte che consente il superamento dello spazio e del tempo, è un’ arte subdola, ingannevole e mortifera. La macchina da presa, infatti, a detta di Serafino, è un aggeggio mortale che inghiotte i corpi per restituire ombre morte sullo schermo. Il cinema, altro non è che il regno delle ombre. Questo è il dramma che vive la Nestoroff, protagonista femminile del romanzo, che non riesce più a trovare corrispondenza tra la sua immagine proiettata, la sua immagine allo specchio e la percezione che ha di sè.

Si arriva, quindi, alla frantumazione dell’Io e alla perdita della propria identità; tematica centrale alla poetica pirandelliana e già ampiamente discussa ne “Il fu Mattia Pascal” del 1904 e nel capolavoro “Uno, nessuno e centomila” cominciato nel 1909 e pubblicato solo nel 1924.

Due storie diverse, quella di Mattia e Vitangelo, legate da un filo rosso, accomunate dalla stessa necessità di sottrarsi alla vita per l’incapacità di riconoscersi. Il primo sceglierà di morire per rinascere in Adriano Meis, ombra vagante, il secondo, invece, avendo smarrito il proprio io tra lo specchio e le percezioni altrui,sceglierà di morire per rinascere “non più in me ma in ogni cosa fuori” pagando la libertà con l’altissimo prezzo della pazzia.

Studi scientifici dimostrano l’analogia che intercorre tra lo specchio e lo schermo cinematografico che funge da specchio riflettente per lo spettatore, il quale, grazie a processi neuronali e all’attivazione di quelli che vengono chiamati appunto neuroni a specchio, si riconosce e immedesima nei protagonisti delle pellicole.

Il cinema, quindi, diventa metafora della vita e la macchina da presa metafora dell’occhio umano che, cieco, riesce a scorgere solo una parte della realtà, la più evidente e appariscente, tagliando fuori dal campo tutti gli altri colori possibili e le sfumature. Una gabbia, il cinema come la vita, da cui però è impossibile uscire, se non rinunciando a tutto e scegliendo di vivere al di là dei limiti e delle restrizioni sociali, liberandosi da quello che Freud chiama “Il disagio della civiltà”.

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