Al cinema insieme: “La grazia” di Paolo Sorrentino

a cura di Fabio de Paulis

Dopo aver raccontato se stesso con la “Mano de Dios”, dopo aver celebrato Napoli a modo suo con “Parthenope”, Sorrentino ritorna tale, affrontando temi esistenziali e di diritto quali l’eutanasia, l’ardito principio di “legittima difesa preventiva” e la violenza morale di “genere”. Affronta la tematica del rapporto difficile tra la figura istituzionale del Presidente della Repubblica, austero, riflessivo attento alla pubblica morale e quella dell’uomo, segnato dalle sofferenze dovute alla perdita della moglie e di un suo presunto tradimento, ma soprattutto dall’avvicinarsi del tramonto della propria esistenza coincidente con il tramonto del proprio mandato presidenziale. Le sue convinzioni etiche, religiose, giuridiche vengono ben presto messe in discussione dalla vita reale, dal confronto con le nuove generazioni, in specie coi figli e dalla sofferenza palpabile dei condannati per omicidio in attesa della agognata grazia e quella dell’agonia di un cavallo stanco e malato. Ebbene, la sofferenza espressa in una lacrima sospesa nel vuoto che si libera nello spazio priva di ogni gravitazione, diventa la liberazione dell’uomo che decide di seguire le ragioni dei figli che finiranno per incidere sulle sue scelte istituzionali, sulla firma della legge sull’eutanasia e la grazia per la donna moralmente vessata. Ma l’uomo Presidente rimane comunque in linea con le proprie rigidità morali, quando non concede la grazia all’uomo “fallace”, o quando ossessionato dalla ricerca della verità sul presunto tradimento subito, che lo ancora pervicacemente a sé stesso e ai propri demoni.
Si rivedono a tratti le immagini della “Grande Bellezza” piuttosto che di “Youth”, dove il personaggio Coco Valori non è molto dissimile alla Jane Fonda de la “Giovinezza”: irriverente, diretta, sincera. Si intravede il Sorrentino di “Le Conseguenze dell’amore” con qualche riferimento anche al “Divo”, dove l’ espediente del nome Dorotea interpretato da Grazia Ferzetti, richiama alla corrente Andreottiana della vecchia DC, e non sembra essere un caso che la figlia di un Presidente ex democristiano si chiami proprio così. L’espediente un po’ ruffiano di ingraziarsi un pubblico più nordico attraverso l’inno degli alpini improbabilmente cantato da un Presidente di chiare origini napoletane, piuttosto che un grande quadro di Cavour alle spalle del Sindaco di un paese piemontese, trova il suo contrappunto positivo nel riuscire ad apprezzare l’indole trapper del proprio figlio che a sua volta lo asseconda componendo un’opera classica per fargliela ascoltare in quel continuo scambio generazionale del dare e avere tra genitori e figli. Oltre alla profondità di domande continue che trovano sempre risposte assennate nel corso del film, Sorrentino fornisce anche un monito sul ruolo del Presidente della Repubblica, che deve essere sempre e comunque elegante e giammai grossolano, irriverente o sgraziato, come qualcuno in Italia vorrebbe che fosse, pur di occupare quella poltrona.

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