
Pedro Almodóvar ha fatto dell’universo femminile il suo universo, quello che lo contraddistingue e quello che ritroviamo in tantissimi suoi film.
Universo che ritorna protagonista anche nella pellicola del 2021 “Madres paralelas”, presentato con successo alla 78esima Mostra del Cinema di Venezia, dove Penélope Cruz, da sempre musa del regista, ha conquistato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.
Al centro della pellicola, due donne, Janis (una superba Penélope Cruz) e Ana (Milena Smit), che si incontrano nella sala parto di un ospedale. Entrambe single e in dolce attesa, le loro vite si incrociano in un momento di fragilità e gioia. Janis, fotografa affermata, è entusiasta della sua prima figlia, mentre Ana, adolescente e spaventata con alle spalle una famiglia assente, è alle prese con una maternità inattesa e non desiderata. Le loro vicende personali si intrecciano in un vortice di segreti, legami inaspettati e rivelazioni che scuotono le fondamenta delle loro esistenze.

Ma “Madres paralelas” è molto di più di un semplice racconto sulla maternità, che analizza in maniera approfondita fino a rendere concrete paure e folle.
Almodóvar, con la sua inconfondibile sensibilità, inserisce la vicenda personale delle due donne in un contesto storico più ampio, affrontando il tema mai sopito delle fosse comuni della Guerra Civile Spagnola. Janis, infatti, è impegnata nella ricerca dei resti dei suoi antenati, giustiziati durante il regime franchista e sepolti in una fossa comune. Questo elemento narrativo conferisce al film una profondità inattesa, trasformandolo in un potente atto di memoria e giustizia storica. Almodóvar sottolinea l’importanza di non dimenticare, di onorare le vittime e di guarire le ferite di un passato che, ancora oggi, pesa sulla Spagna.
Ad uno spettatore distratto queste due tematiche potrebbero risultare irrelate perché, in effetti, il film avrebbe retto comunque anche solo basandosi sulla storia delle due protagoniste. Ma il genio di Almodóvar risiede nel modo in cui unisce questi due poli apparentemente opposti.
Il grembo materno diventa metafora di origine e di futuro e di un ciclo che custodisce e si rinnova. Sono le donne, infatti, nella pellicola che custodiscono la vita. Emblematica la prozia di Janis e le sue nipoti che forniscono dettagli importanti per il riconoscimento del bisnonno. In netto contrasto, la fossa comune incarna il luogo della morte violenta, della memoria negata e delle ferite ancora aperte del passato. Nel contesto della Guerra Civile Spagnola, queste fosse contengono i resti di coloro che sono stati brutalmente uccisi e poi dimenticati, privati persino del diritto a una sepoltura dignitosa e a un ricordo pubblico. La fossa comune, in questo senso, rappresenta ciò che è stato represso e nascosto, un passato che, come un feto non riconosciuto, continua a esercitare la sua influenza sul presente finché non viene portato alla luce.
In questo modo, Almodóvar sottolinea come la memoria storica sia tanto fondamentale per la salute di una nazione quanto la maternità lo è per la sopravvivenza della specie. Entrambe le dimensioni sono intrinsecamente legate alla nozione di eredità e all’idea che, ciò che nasce o viene riscoperto dal profondo della terra o del corpo, sia destinato a plasmare il futuro.

“Madres paralelas” è un film che emoziona, fa riflettere e, al tempo stesso, disturba. Almodóvar non ha paura di affrontare temi scomodi, di mostrare le fragilità umane e di denunciare le ingiustizie. Con questa pellicola, il regista spagnolo si conferma ancora una volta un maestro nel raccontare l’animo umano, le sue contraddizioni e la sua resilienza. Un’opera imperdibile, che lascia un segno profondo nello spettatore e che si inserisce di diritto tra i grandi capolavori del cinema contemporaneo.
La regia di Almodóvar è, come sempre, magistrale. I colori vibranti, la fotografia impeccabile e la colonna sonora avvolgente creano un’atmosfera unica, capace di commuovere e far riflettere. Le interpretazioni sono eccezionali: Penélope Cruz regala una performance intensa e straziante, capace di esprimere tutta la complessità del suo personaggio. Milena Smit, con la sua freschezza e vulnerabilità, si rivela una scoperta. Accanto a loro, il cast di supporto, con attori come Aitana Sánchez-Gijón e Israel Elejalde, contribuisce a rendere la narrazione ancora più ricca e coinvolgente.
