“La vita da grandi”: una finestra sul mondo della neurodivergenza

“La vita da grandi”, lungometraggio d’esordio di Greta Scarano, è arrivato su Netflix.

Il film, liberamente ispirato al romanzo “Mia sorella mi rompe le balle” di Damiano Tercon, racconta proprio la vicenda di Damiano e sua sorella Margherita, conosciutissimi e seguitissimi sui social, dove raccontano in modo originale e mai banale l’autismo.

Inseparabili sulle pagine social, il film ci riporta un po’ indietro nel tempo e ci racconta il lavoro svolto dai due per ritrovarsi, ricentrarsi ed essere davvero fratello e sorella.

Di autismo si parla tanto e spesso ne si parla anche male cadendo nei soliti luoghi comuni.

Come afferma Omar, protagonista del film, si dice “neurodivergenza” e, nel suo caso, con lieve disabilità intellettiva” e non “handicappato”, “invalido”, “strano”, “diverso” o “poverino”.

Ma ne “La vita da grandi” il vero protagonista è l’amore, quello che cura e aiuta a costrursi passo dopo passo, insieme, scoprendosi più simili del previsto.

Una necessità familiare spinge Irene, che vive e lavora a Roma, a tornare a Rimini per occuparsi di Omar. Tornare a casa non significa solo occuparsi del fratello maggiore ma anche rivivere, in parte, la sua infanzia con le conseguenti ferite emotive. Irene, infatti, paga la scotto di essere la figlia “normale”, quella a cui spetta meno cura e meno attenzioni.

Ma sarà proprio la vicinanza di Irene a migliorare Omar e la sua autonomia. Il fratello, infatti, non è abituato a lavarsi da solo né a rifarsi il letto facendo sempre affidamento sulla madre che, nonostante i suoi quarant’anni, lo tratta e lo protegge come se fosse un bambino ritardando il suo ingresso nel mondo degli adulti.

“Come si diventa adulti?”, chiedr Omar alla sorella in un disperato tentativo di vita normale. Una lista, che poggia su tre punti cardine, lo aiuterà a muovere i suoi primi passi verso l’autonomia.

E se Irene insegna ad Omar come diventare adulto, lui le ricorderà come tornare ad essere quella bambina che non è riuscita ad essere durante l’infanzia. Ingenuità, sincerità e cieca fiducia nei propri sogni sono, invece, i tre ingredienti segreti di Omar.

Allora la concretezza della vita di Irene si amalgama alla perfezione alla vita di Omar ricordandoci che possiamo essere degli adulti felici e che, a volte, la felicità vale di più di qualsiasi stabilità lavorativa. E che, soprattutto, la felicità risiede proprio nelle piccole cose e nella capacità di lasciare andare alcune convenzioni sociali per vivere pienamente senza paure, senza preconcetti.

E se Omar ci fa sorridere col suo fare impacciato e ci fa tenerezza quando cerca di approciare con la ragazza che gli piace non dobbiamo generalizzare o dimenticare: l’autismo ha tantissime sfumature con compromissioni più o meno gravi. Ma questo non lo dimentica nemmeno la regista che, raccontando la cerchia di amici del centro di Omar, ci mostra, seppur da lontano, altri modi in cui l’autismo si manifesta.

Matilde de Angelis si dimostra anche questa volta all’altezza del suo personaggio di cristallo, tanto forte quanto fragile. Buona performance anche quella di Yuri Tuci che riesce ad interpretare il suo personaggio senza cadere in caricature macchiettistiche e steriotipi vari.

Greta Scarano con “La vita da grandi” ci regala un esordio alla regia promettente, il suo sguardo è diretto e delicato e ci fa sperare in un cinema del futuro più nitido e coraggioso che non ha paura di affrontare qualsiasi tipo di realtà.

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