
È sbarcato su piattaforma Netflix pochissimi giorni fa l’attesissima serie “Il Gattopardo”, un ambizioso adattamento del celebre romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che racconta le vicissiduni della famiglia del principe di Salina, Don Fabrizio detto il Gattopardo, che si svolgono nei delicati anni del Rosorgimento italiano.
Il romanzo di Filippo Tomasi di Lampedusa, pubblicato solamente postumo, è uno dei pilastri della lettura italiana del Novecento.
Come sempre il cinema non poteva non attingere da questo capolavoro letterario e, nel 1963, arriva la trasposizione firmata da Luchino Visconti che è rimasta nell’immaginario collettivo di tutti.
Se si pensa a Don Fabrizio non si può non pensare che a Burt Lancaster, in ugual misura Tancredi sarà sempre il bellissimo Alan Delon e Angelica avrà per sempre il volto di Claudia Cardinale.
Ma i tempi cambiano e, nel 2025, Netflix ci regala un nuovo Gattopardo interpretato da Kim Rossi Stuart e diretto da Tom Shankland.
Il cast è composto da giovani attori: Saoul Nanni, nei panni di Tancredi, Deva Cassel in quelli di Angelica e Benedetta Porcaroli in quelli di Concetta. Volti giovani, freschi, che hanno contribuito ad un prodotto completamente diverso.

Ma prima di addentrarci in qualsiasi tipo di analisi dobbiamo dire che la serie, composta da sei episodi, è prima di tutto un prodotto mainstream che, quindi, proprio per definizione non può avere il tono e il ritmo di un film d’autore come quello di Visconti.
“Il Gattopardo” di Tom Shankland ha subito, prima di tutto uno svecchiamento: Kim Rossi Stuart mantiene l’austerità di Lancaster ma diventa, in tutto e per tutto, un papà prima che un padre, un uomo che mostra esplicitamente di mettere la sua famiglia prima di ogni cosa.
Kim Rossi Stuart riesce a rendere Don Fabrizio umano e credibile, un uomo che vede il suo mondo cambiare con la consapevolezza che: “Se si vuole che tutto resti così com’è, è necessario che tutto cambi”, una frase che simboleggia la necessità del compromesso e dell’adattamento.
Apparte qualche piccola variazione di trama i due film, scorrono quasi in parallelo ma nel capolavoro di Visconti maggiore spazio è lasciato a scene di guerriglia legate ai moti per l’unità.
Anche la storia di Costanza nella serie Netflix è diversa dalla trasposizione di Visconti rivelandosi, però, funzionale a questa moderna angolazione.
Il nuovo Gattopardo è stato già definito una serie in salsa Brigerton dove lo sfarzo, gli abiti e il glamour campeggiano su tutto cozzano, inevitabilmente, con la maggiore sobrietà e austerità della pellicole del 1963.
Ma le due opere, come abbiamo detto in apertura, non possono essere assolutamente paragonate perché sono due prodotti completamenti diversi, realizzati in anni diversi e indirizzati ad un pubblico diverso.
Il glamour doveva necessariamente entrare nella serie per rendere il prodotto più appetibile, così come l’interpretazione di Kim Rossi Stuart è stata davvero magistrale.
Inoltre, avendo una durata maggiore, la serie ha consentito di rendere i personaggi più caratterizzati e di dare più spazio anche ai personaggi secondari.
Le musiche, inoltre, sono degne di nota così come la fotografia che rende la pellicola vivida al punto tale che lo spettatore sembra respirare l’arsura delle terre siciliani.
Le critiche, quindi, appaiono abbastanza ingiustificate: “Il Gattopardo” di Tom Shankland ha fatto centro perché, oltre ad essere godibilissimo, consentirà ad una generazione di nuovi spettatori di fruire dell’atmosfera “brigertoniana” e di avvicinarsi, al contempo, ad uno dei capolavori della nostra letteratura.
E poi… chissà, forse a qualcuno verrà voglia di leggere il romanzo o di guardare il film di Visconti.

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