“Diamanti”: il valzer corale di Ozpetek che omaggia le donne e la settima arte

Dopo la parentesi Netflix di “Nuovo Olimpo”, Ferzan Ozpetek è tornato in sala con il suo 15esimo lungometraggio dal titolo “Diamanti” che, insieme a “Io e te dobbiamo parlare” di Alessandro Siani, è stato uno dei titoli che ha dominato il box office durante le vacanze natalizie e che si è aggiudicato il titolo di film più visto del 2024.

Chi conosce la filmografia del regista turco sa perfettamente cosa aspettarsi dal suo cinema, sempre introspettivo, poetico e profondo. Con “Diamanti” il regista realizza un vero e proprio testamento poetico in cui vengono perfettamente equilibrati tutti i temi che gli stanno più a cuore in un valzer corale tutto al femminile.

Nel lungometraggio, infatti, troviamo ben 18 attrici italiane di spicco, punte di diamanti del cinema di Ozpetek: Elena Sofia Ricci, Nicole Grimaudo, Loredana Cannata,Vanessa Scalera, Sara Bosi, Geppi Cucciari, Anna Ferzetti, Aurora Giovinazzo, Milena Mancini, Paola Minaccioni, Lunetta Savino, Carla Signoris, Mara Venier, Giselda Volodi, Milena Vukotic, Luisa Ranieri, Jasmine Trinca e Kasia Smutniak.

A fare da sfondo ed anima alla vicenda è la sartoria Canova, gestita dalle sorelle Alberta e Gabriella, attorno alle quali gravitano tutte le altre donne impegnate nei differenti ruoli e mansioni. La storia si alterna tra presente e passato (1974) con un fortissimo intento metacinematografico: il film, che presenta una struttura circolare poiché inizia con un pranzo e si conclude alle stesso modo, si avvia con un banchetto a cui tutti gli attori prendono parte e, insieme al regista, iniziano a leggere il copione di “Diamanti”. Il titolo verrà spiegato proprio dopo pochissime battute: “Voi siete i miei diamanti”, afferma Ferzan.

Ma il metacinema è ovunque, non solo nell’alternarsi tra film e lettura del copione, ma è tra le stesse mura della sartoria Canova che realizza abiti di scena per cinema e teatro e nello sguardo magnetico ed elegante di Elena Sofia Ricci che afferma: “Si recita sempre, anche nella vita” come a voler rimarcare una delle più celebri frasi di Shakespeare: “La vita è un palcoscenico”.

Cinema e vita sono strettamente legati negli occhi e nel cuore del regista che, visitando il set della sartoria, già sente le voci delle donne che le daranno vita.

“Il cuore mescola continuamente ciò che è successo con quello che abbiamo solo immaginato”, afferma una delle attrici. Torna, dunque, un potente parallelismo tra il cuore e il cinema: nella settima arte, infatti, ogni cosa, reale e non, si fonde proprio come nella nostra mente diventano quasi indistinguibili un sogno da un ricordo.

“Diamanti”, quindi, risulta essere un sublime omaggio alla settima arte nel modo più puro e assoluto: il cinema rende possibile ogni cosa e, soprattutto, rende possibile raggiungere l’eternità proprio come quel pesciolino cristallizzato ed eterno nella pallina che Silvana (Mara Venier) regala al piccolo Simone con l’augurio di successo e felicità.

L’omaggio al cinema nell’ultimo cortometraggio di Ozpetek continua minuto dopo minuto e trova, a mio avviso, uno dei massimi momenti nella scena in cui Alberta (Luisa Ranieri), si strucca davanti alla specchio facendo cadere la sua maschera di donna austera e decisa, in una scena che non può far venire in mente la bellissima Stefania Sandrelli in “Io la conoscevo bene” di Antonio Pietrangeli.

Nei 135 minuti di pellicola Ozpetek riesce anche a portare in scena la lunga guerra combattuta tra il cinema e il teatro. Una querelle che affonda radici in un tempo passato e che ha interessato, da sempre, figure di spicco come ad esempio Luigi Pirandello che si chiedeva nel 1929 “Se il film parlante abolirà il teatro”. Cinema e teatro si sono fatti la guerra portandosi addosso pesanti stigmatizzazioni: il cinema era spettacolo di intrattenimento, dedicato al popolo, mentre il teatro era veicolo di cultura. Ad oggi la questione, ovviamente, è ampiamente risolta così come si risolve in “Diamanti” tra le due dive dei due diversi mondi che compiono un profondo sforzo per comprendersi, conoscersi e stimare le rispettive arti.

“Diamanti”, però, oltre ad omaggiare il cinema come summa di tutte le arti e regno della trasfigurazione, come si vede in un finale che arriva diretto al cuore dove il regista si augura di fare un film con tre icone indimenticabili del cinema italiano del calibro di Mariangela Melato, Monica Vitti e Virna Lisi, è anche un omaggio alle donne.

Non solo il film è dedicato alla triade che abbiamo appena menzionato ma l’omaggio alle donne continua in tutto il film andando a citare altri diamanti: Mina, molto amata dal regista, che compare nel film sia con “Mi sei scoppiato dentro al cuore” che in un cameo in tv e la divina Patty Pravo.

Nel film, inoltre, gli attori come Stefano Accorsi e Vinicio Marchioni, sono relegati a ruoli secondari e di contorno per far emergere, in tutta la loro potenza, le protagoniste femminili che, proprio come dei diamanti, hanno infinite sfumature e guardano sempre in alto puntando alle stelle con le quali sono intimamente connesse. Interessante notare la performance di Marchioni che, nei panni di “un ragno con i baffi” , riesce a calarsi in modo sublime in una parte diametralmente opposta a quella interpretata nella pellicola di Paola Cortellesi “C’è ancora domani”.

La donna sarta e la donna formica

Per parlarvi dell’ode alla donna che Ozpetek racchiude nel suo gioiello voglio partire proprio da un citazione chiave del film:

“Siamo formichine, sembra che non contiamo, ma tutte insieme facciamo grandi cose… siamo diamanti.”

La metafora della donna formica non è di certo nuova. Criticata ampiamente dai movimenti femministi per fomentare stereotipi e pregiudizi, poiché l’uso della metafora della “donna formica” può rischiare di riprodurre stereotipi di genere, associando le donne esclusivamente a ruoli domestici e di cura, per essere apprezzata deve essere ben compresa.

Quando si parla di “donna formica”, si intende sottolineare la capacità delle donne di conciliare molteplici ruoli, di affrontare le sfide quotidiane con determinazione e di creare reti di supporto reciproco. È un’immagine che celebra la forza interiore, la resilienza e la capacità di superare gli ostacoli, spesso in condizioni avverse. Le donne della sartoria Canova, proprio come delle formiche, sono lavoratrici instancabili che mettono cuore e anima nel loro lavoro, fanno squadra e cooperano contro un mondo ancora maschilista che cerca di schiacciarle e relegarle a ruoli secondari. Le donne formiche sono silenziose, si muovono leggere e senza rumore, spesso senza nemmeno essere viste, ma sono proprio loro, poi, le artifici dei capolavori più grandi.

Altra metafora interessante sulla quale bisogna spendere qualche parola è quella della donna sarta. La sarta, con la sua abilità nel manipolare tessuti e creare forme, è spesso associata alla figura femminile. Questa metafora evoca diverse immagini e significati: in primis quello di donna creatrice e trasformatrice in cui la sarta prende un materiale grezzo e lo trasforma in qualcosa di bello e funzionale. Allo stesso modo, la donna è spesso vista come una creatrice, capace di trasformare le esperienze e le emozioni in qualcosa di unico e personale.
La donna, inoltre, proprio come una sarta, è attenta ai dettagli ed è custode di tradizioni ma è anche
costruttrice di relazioni.

La sartoria Canova diventa, quindi, anche un luogo di empowerment femminile, dove le donne riescono ad essere indipendenti.

In conclusione la pellicola, che si allontana dai temi più canonici del regista, è un vero e proprio atto d’amore che gli amanti del cinema nella sua quint’essenza più pura non possono non apprezzare.

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