di Fabio de Paulis

Si sprecano gli aggettivi, i commenti, i giudizi. È un insieme di metafore. È rutilante nel racconto della Napoli, bella, bellissima, ricca e borghese ed è riluttante. È un racconto blasfemo, contraddittorio, confuso, divisivo, esoterico, allegorico ma tremendamente vero.
È la Parthenope di Sorrentino e dei suoi demoni, esagerata, che ti prende, ti emoziona, ti riscalda e poi ti lascia al freddo e al gelo da solo o da sola, così, improvvisamente, a riflettere sul perché ti illude di poterla possedere e comprendere per poi perderla, sfuggente, senza una logica apparente.
Vuoi comprendere Parthenope? “Allora facciamo un patto: Io non ti giudico, tu non mi giudichi?”
Antonioni, Fellini, Bertolucci, Altman, Truffaut fino a Lantymos?
La Capria, Curzio Malaparte, la Serao del “Ventre di Napoli”, il Francesco Rosi de “Le mani sulla città”?
No Signori, Sorrentino è molto, molto di più.
Le stagioni della bellezza e della giovinezza lasciano presto il passo alla tragedia. Amore e morte, estetica ed etica, sacro e profano, si alternano e ti confondono, come ciò che in ogni giorno di vita accade in questa città, bella e dannata.
Non si può comprendere ciò che non si è vissuto sulla propria pelle.
La tragica perdita di un proprio caro ti segna per sempre.
Le ferite che ti sono state inflitte nella storia diventano cicatrici, ma l’odore del disinfettante sparso per le strade dai camion al tempo del colera, ti resta nelle narici per sempre, come balsamo rivitalizzante per segnare un nuovo, ennesimo inizio.
Lo Stato è assente?
E la camorra con il rito della “fusione” ne occupa gli spazi, al punto tale che Parthenope ne rimane invischiata, affascinata, ci genera un figlio che abortisce appena rinsavisce, capendo che è tutto sbagliato e lo rinnega, dimenticandolo quasi subito, riscoprendo così la stagione dell’etica, della maturità e come l’araba fenice, muore e rinasce dalle proprie ceneri.
È fatta di acqua e sale, è una città di mare, senza limiti e senza confini.
Te ne puoi andare, oppure lasciarla andare, ma prima o poi ci ritorni cercando ciò che ti rappresenta e ci ridi di gusto come Stefania Sandrelli alla fine del film, dove una vittoria, ancorché effimera come quella del calcio, cancella tutto, o quasi.

