Non scegliamo il nostro nome, né il nostro cognome, non scegliamo la nostra famiglia e, per dirla tutta, non scegliamo nemmeno di nascere. Però succede è così ci troviamo coinvolti in un’avventura dai contorni sfumati di cui noi, volenti o nolenti, siamo protagonisti.
Ci sono cognomi che, però, sono più impegnativi di altri e che ti costringono a fare i conti con te stesso.
E di questo che si parla nel documentario “The Rossellinis” di Alessandro Rossellini, nipote dell’indimenticabile gigante della cinematografia nostrana che, senza nessuna velleità celebrativa, realizza un’opera di scavo profondo. Alessandro Rossellini guarda dentro di sé e cerca di guardare negli altri membri della grande famiglia Rossellini per verificare se anche loro, magari inconsapevolmente, si portino dentro un germe di “rossellinite” che suona come una piccola condanna.
Il documentario, non solo è di piacevolissima visione per i contenuti, ma anche per la struttura e la concezione sulla quale si regge. Alessandro Rossellini, infatti, affida alla magia del cinema e della macchina da presa, un’indagine attenta e a tratti dolorosa senza la paura di mettersi a nudo. Il cinema, dunque, in “The Rossellinis” è malattia e cura, condanna e salvezza ed il fatto che il regista abbia affidato la sua anima al Moloch della macchina da presa, senza paura di essere divorato e trasformato in ombra come successe alla protagonista pirandelliana Varia Nestoroff e nella vita reale alla bellissima Ingrid Bergman, è un gesto coraggioso che esalta a pieno la potenza del cinema che è, e resterà sempre, la summa di tutte le arti, l’arte con la quale ogni cosa è possibile, anche fare pace con il passato.
“The Rossellinis”, dunque, è tutt’altro che un documentario encomiastico ma un documentario nel vero senso della parola, consigliato a chi abbia voglia di compiere un viaggio nella famiglia Rossellini che vada al di là delle prime pagine delle riviste patinate.
