“Nostalgia”: il pellegrinaggio sentimentale di Mario Martone

E’ da poco sfumata la possibilità per l’Italia di vedersi aggiudicare il premio Oscar 2023 e di riportare la famosa statuetta in Italia (che manca dal 2014 anno in cui vinse “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino) grazie alla pellicola “Nostalgia” di Mario Martone che, a malincuore, non supera la short-list.

Il film del regista partenopeo, presentato a maggio 2022 al Festival di Cannes dove è stato commentato con ben 9 minuti di applausi e attualmente disponibile sulla piattaforma Prime Video, è ispirato all’omonimo romanzo dello scrittore Ermanno Rea.

Martone, regista di film importanti come il “Giovane favoloso”, “Qui rido io” e “Il sindaco del Rione Sanità”, mette anche questa volta al centro della sua macchina da presa Napoli, una città che viene descritta attraverso immagini di stampo neorealistico.

Il film si apre con la bellissima citazione di Pier Paolo Pasolini: “La coscienza sta nella nostalgia. Chi non si è perso non ne possiede.”

Il regista segue i passi incerti e smarriti di Felice (interpretato da un magistrale Pier Francesco Favino) che torna a Napoli dopo 40 anni trascorsi in Egitto. Felice, costretto a scappare dalla sua città 40 anni fa per un “errore” di gioventù, torna in città per assistere l’anziana madre Teresa (Aurora Quattrocchi) e per intraprendere quello che possiamo definire un “pellegrinaggio sentimentale” nei luoghi della memoria e dell’infanzia. Il termine “pellegrinaggio sentimentale” lo prendiamo in prestito dalla bellissima poesia “El limonero” dello spagnolo Antonio Machado in cui, il poeta, visita un giardino del suo passato e si sofferma sull’albero di limoni per contemplare, in maniera nostalgica, quanto tutto intorno a lui sia cambiato. Anche in “Nostalgia” Felice acquista una casa dove c’è un albero di limoni il cui colore cozza, però, con quello di una città ingrigita e sempre uguale a se stessa. Se la nostalgia del poeta spagnolo è reale, perché ogni cosa è cambiata, la nostalgia di Felice non ha ragione di esistere ed è tutta introspettiva poiché, secondo lui, a Napoli niente è cambiato. Felice, durante il suo soggiorno napoletano, mette in scena dei comportamenti di regressione all’infanzia chiaramente visibili sin dall’inizio quando, al cospetto della madre, dice: “Facciamo finta che io sia ancora il tuo bambino”.

Il pellegrinaggio sentimentale di Felice lo porta ad acquistare una vecchia moto e a ripercorrere i lidi deserti che, da ragazzino, percorreva insieme al suo migliore amico Oreste (interpretato da un mastodontico Tommaso Ragno). Oreste, che già da adolescente mostrava comportamenti criminali, oggi è diventato un boss divorato dal potere e dalla solitudine ma, ciononostante, Felice decide di incontrarlo per riabbracciarlo e per dirgli che il loro segreto è al sicuro. Felice crede ancora, a distanza di anni, in quell’amicizia al punto tale da portare ancora una loro foto sempre con se ma Oreste non ci crede più perché, per lui, ogni cosa è cambiata e nel suo cuore non c’è traccia di nostalgia.

A fare da sfondo alle vicende di Felice c’è Don Luigi (Francesco Di Leva, volto protagonista nella pellicola “Il Sindaco del Rione Sanità) che con la sua parrocchia e il suo oratorio cerca di offrire possibilità diverse ai giovani del rione Sanità per cercarli di allontanare dalla potente ombra di Oreste soprannominato “O malomm”. I consigli di Don Luigi rimarranno inascoltati e Felice deciderà di sacrificarsi in memoria di un passato e di un’amicizia che non sono mai esistite.

“Nostalgia” di Mario Martone procede come un grande gioco di specchi tra la Napoli attuale e la Napoli passata riconoscibile dai protagonisti adolescenti e dalle inquadrature con lo schermo ristretto. Le inquadrature di Martone sono fotografie nitide che spesso fanno male al cuore. La sceneggiatura è scorrevole ma marginale poiché, l’impianto narrativo, è tutto affidato alla fotografia e all’espressione dei personaggi.

Un film che merita la visione e che, come suggerisce il titolo, fa riflettere sul “Nostalgia” troppo spesso vissuta a causa di eccessiva idealizzazione.

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