
E’ sbarcata qualche giorno fa su Netflix, la docu-serie scritta da Alessandro Garramone e Davide Bandiera. Diretta da Nicola Prosatore, “Wanna”, non è una serie tv ma un vero e proprio documentario, arricchito da filmati ed interviste degli anni 80-90- 2000, realizzato dopo circa 60 ore di interviste e 22 importanti testimonianze. A chi si è giustamente domandato se fosse davvero necessario realizzare un prodotto sulla teleimbonitrice Wanna Marchi diciamo subito che, seppur questo prodotto non cambierà la vita a chi lo guarda, di certo lo aiuterà ad immergersi nell’Italia degli anni passati dove, ancora lontani dai social e dai marketplace, la tv restava l’unico strumento per fare acquisti non dal vivo. Si potrà anche comprendere come l’Italia fosse ancora lontanissima dai concetti di body positive e bodishaming che rendevano possibile all’imbonitrice di urlare, dinanzi a milioni di telespettatori, la famosa frase “Guerra al lardo!” o, peggio, di demonizzare cose del tutto normali e umane come cellulite e brufoli.
“Wanna”, composta da quattro puntate dalla durata di circa 50 minuti, è in primis un ottimo prodotto audiovisivo realizzato con grande maestria e professionalità. A renderlo un ottimo prodotto, non è solo l’abile montaggio, ma anche il gioco di luci ed ombre , le inquadrature e le musiche.

Ad occupare prevalentemente la scena, come si può immaginare, sono Wanna Marchi e la figlia Stefania Nobile ma ampio spazio si darà anche ad altre persone che ruotavano intorno alle due donne come Roberto Nobile, Francesco Campana, Milva Magliani e il mago Do Nacimiento che, mediante interviste speculari, ragioneranno sugli stessi eventi. Spazio verrà lasciato anche alle vittime truffate dalle Marchi che, in anonimato, racconteranno i raggiri e le estorsioni subite.
La docu-serie sulla regina delle televendite non va ad esaltare o in alcun modo giustificare questa triste vicenda di cronaca ma, con occhio attento e invisibile, narra gli avvenimenti lasciando poi allo spettatore il compito di arrivare ad un giudizio conclusivo.
Le prime due puntate trattano, prevalentemente, l’esordio dell’astro nascente Wanna Marchi, delle sue potenzialità come venditrice atipica e della sua determinazione di raggiungere il successo. Dalle alghe per dimagrire alla miracolosa crema “sciglipancia” lo spettatore, proprio come succede in serie come House of card o Dexter, non può che simpatizzare con quel personaggio così sopra le righe. Tutto cambia nelle ultime due puntate dove, la sicurezza e la voglia di riscatto della ozzanese, superano il limite conducendola a sentirsi talmente brava nel suo lavoro da poter vendere qualsiasi cosa, anche qualcosa di immateriale come la fortuna. Fa sorridere una delle scene iniziali in cui Wanna Marchi prova a vendere una penna al cameraman riportando alla mente l’ultima scena di “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorzese.
Quello che sorprende, vedendo il documentario è che, nonostante i nove anni trascorsi in carcere e l’opinione pubblica, le Marchi continuano a sentirsi profondamente innocenti addossando la colpa ai telespettatori che credevano di poter sconfiggere il malocchio con un pò di sale nell’armadio. Quello che regna sovrano in questi minuti di documentario è l’assoluto cinismo nei confronti del mondo e dell’umanità e un’assoluta assenza di empatia. “Wanna” non è una fiaba con la morale esopica che parla di pentimento e, per questo, lascia lo spettatore sgomentato e nervoso. Wanna è una donna paragonabile a Patrizia Reggiani nel caso Gucci, una che dal niente passa al tutto ma si rovina con le proprie mani per la sola sete di ricchezza.
