
In attesa della 67° edizione del David di Donatello andiamo ad analizzare il film, che insieme ad “E’ stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino, è nella magica quintina con ottime probabilità di vittoria. Stiamo parlando del visionario “Freaks out” di Gabriele Mainetti (disponibile da qualche giorno sulla piattaforma Prime video) che è in ex-equo con 16 candidature con la pellicola di Sorrentino.
Mainetti, alla sue seconda regia, ha già dimostrato ampiamente con il precedente “Lo chiamavano Jeeg Robot” (2015) di essere in grado di apportare un contributo innovativo alla sopita cinematografia nostrana di cui, indubbiamente, anche Sorrentino fa parte.
C’è da dire, in primis, che il progetto di Mainetti è stato molto ambizioso con un budget di circa 13 milioni di euro per il quale è stato necessario l’appoggio in coproduzione della società belga Gapbusters, oltre a Rai Cinema e Lucky Red.
Con “Freaks out” Mainetti approccia ad un film corale, ambientato nella capitale romana poco prima dell’imminente fine del secondo conflitto mondiale, dove la storia dell’umanità si intreccia con la storia di quattro protagonisti speciali. La magia e il fantasy entrano in scena sin dalle primissime inquadrature: i fantastici quattro protagonisti tra cui compare il nano Mario calamita umana (Giancarlo Martini), Fulvio l’uomo lupo con forza sovraumana (Claudio Santamaria), la ragazza elettrica Matilde (Aurora Giovinazzo) e Cencio (Pietro Castellitto) con il suo potere di gestire gli insetti, sono dei freaks del circo “Mezza Piotta” gestito dall’ebreo Israel (Giorgio Tirabassi). In contrapposizione ai quattro c’è anche un altro freaks: Franz (Franz Rogowski), pianista con sei dita, titolare del Berlin Zircus e votato al regime. Cosa succede quando il visionario Franz decide di catturare i quattro amici per cercare di sovvertire con i loro poteri le sorti della guerra?

Al suo secondo lungometraggio, il regista romano, si distacca immediatamente dall’atmosfera triste dei precedenti film che hanno trattato la tematica dei freks, come “Freaks” di Tod Browning e “Elephant Man” di David Lynch, risultando più vicino all’estetica di “Bastardi senza gloria” di Tarantino (di cui riprende alcuni elementi narrativi) e ai film americani sui supereroi. Ma Mainetti si spinge poco oltre il terreno già sondato con Jeeg e, infatti, ritorna lo stesso leit-motiv dei superpoteri che possono essere usati per far del bene, come nel caso dei quattro amici speciali e Jeeg, o in senso negativo come vorrebbe il tedesco Franz e il memorabile Zingaro (interpretato da Luca Marinelli) in Jeeg Robot. Un altro paragone è possibile proprio tra questi due antagonisti/villain: sono cecamente votati ad un feticcio sia esso il führer o il Grande Fratello ed entrambi, nel loro antagonismo, restano umani ,fragili e sognatori, per questo, non completamente deprecati dallo spettatore.
Altra tematica degna di nota che emerge da “Freks out” non è solo quella della necessità dell’inclusione e di imparare a considerare la diversità non più come un limite ma come un valore aggiunto, una ricchezza dalla quale, come nel caso del film, può dipendere la salvezza di milioni di vite. Interessante, inoltre, anche la tematica del circo intesa come metafora di vita.
Mainetti, però, non dimentica nemmeno la messa in scena della critica alla società contemporanea e al bombardamento di informazioni a cui tutti siamo soggetti mediante il sogno visionario di Frank.
Storia, fantasy, dramma e commedia si fondono in un armonico valzer che incanta e fa volteggiare lo spettatore che viene letteralmente catapultato in una realtà lontana e straordinaria. Nonostante i momenti drammatici, non mancheranno attimi esilaranti dettati, soprattutto, dal ricorso al dialetto romano e alle battute fuori tempo di Cencio che, per tutto il tempo del film, funziona come un pianoforte scordato. Se il talento di Claudio Santamaria, a cui Mainetti aveva già affidato il ruolo di Jeeg Robot, non ha bisogno di altre conferme, quella di Pietro Castellitto è stata una piacevole conferma dopo il suo esordio alla regia con “I Predatori”.
Un film, questo di Mainetti, con un montaggio e una fotografia sublime, in cui funziona letteralmente ogni singolo ingrediente e che ben sfrutta la potenza del cinema inteso proprio come regno della trasfigurazione in cui ogni cosa è possibile.
Da amanti della settima arte non possiamo che augurarci che sia proprio la pellicola di Mainetti a portare a casa l’agognata statuata perché è questo il cinema di cui il nostro tempo ha bisogno: visionario, fiabesco, innovativo e che non teme il confronto con le altre cinematografie.
