
Il 27 maggio, dopo essere stato rilasciato on demand sulle principali piattaforme, “Regina”, il lungometraggio di esordio del regista calabrese Alessandro Grande e unico film italiano in gara alla trentottesima edizione del Festival di Torino, si appresta ad incontrare il grande pubblico delle sale cinematografiche italiane. Grande aveva già dimostrato in passato abilità dietro la macchina da presa conquistando nel 2018 il David di Donatello con il cortometraggio “Bismillah” e, precedentemente, una nomination ai Nastri con il corto “Margherita”.
Con “Regina”, il regista si affaccia ufficialmente al grande pubblico confermando una nuova epoca per il cinema italiano che, diciamolo, negli ultimi anni aveva perso verve. Se un netto cambiamento sul modo di fare cinema era già stato visibile in “Favolacce” dei D’Innocenzo e ne “I Predatori” di Pietro Castellitto (non a caso registi esordienti), Grande rincara la dose mettendo al centro della sua pellicola un altro dramma familiare, un’ altra perdita di innocenza seppur muovendosi su linee diverse.
“Regina”, oltre ad essere un vero e proprio film di genere, è un romanzo di formazione: l’omonima protagonista adolescente, con il sogno del canto , vive nel corso della pellicola l’incontro/ scontro con la realtà, scelte obbligate e perdita di innocenza la catapulteranno definitivamente nel mondo degli adulti. Al suo fianco ci sarà Francesco Montanari, sicuramente uno dei talenti attoriali più interessanti della cinematografia nostrana, nel ruolo di Luigi, padre di Regina (interpretata da Ginevra Francesconi volto già conosciuto grazie a “Famosa” e “The Nest”). La crescita personale non riguarderà solo la giovane adolescente ma anche suo padre che, parallelamente a lei, affronterà il suo viaggio alla ricerca della maturità. Non si può non notare un forte richiamo al saggio psicanalitico di Massimo Recalcati il “Complesso di Telemaco” che ci spinge a riflettere sul dramma contemporaneo dell’incapacità di molti padri di assumersi le loro responsabilità genitoriali. A tale proposito si nota una scena che rimanda immediatamente a Telemaco: Regina che come il suo lontano predecessore attende l’arrivo del padre sulla riva di un fiume. Interessante notare come spesso i margini che separano i ruoli siano estremamente labili: la giovane donna, orfana di madre, è figlia ma al contempo assurge al ruolo di madre del suo stesso padre. In questa dinamica, solo apparentemente semplice, si avvalora la tesi dello psicanalista cileno Matte Blanco e alla sua teoria della bi-logica dell’inconscio. L’ ottima riuscita di questa di questo delicatissimo equilibrio va attribuita, oltre alla bravura dei due protagonisti, sicuramente anche ad un forte legame creatosi sul set; Regina e Luigi hanno un rapporto a tratti simbiotico che verrà messo a dura prova dalle vicende che attraversano.

Oltre i due interpreti la pellicola avrà una protagonista d’eccezione: il territorio calabrese che, non solo fa da sfondo alla vicenda ma sarà un vero e proprio “deus ex machina”. La Calabria verrà raccontata in modo interessante con tutte le sue sfaccettature ma scevra dai classici cliché a testimonianza del forte legame che lega il regista alla sua terra.
Un plauso alla sceneggiatura studiata nei minimi dettagli (alla quale lavora anche Mariano Di Nardo) e alla fotografia impeccabile di Francesco di Pierro che passa da prepotenti raggi di sole che scaldano i volti dei protagonisti a toni via via sempre più freddi e asettici a testimonianza di un rapporto che si sta raffreddando e forse spegnendo.
Un film che ripisce lo spettatore immergendolo profondamente in questo viaggio nel cuore e nell’animo umano.
Che il cinema si stia evolvendo è chiaramente visibile in “Regina” e noi amanti della settima arte non possiamo che essere orgogliosi di questa nuova rinascita del film di genere.
