“L’infanzia di Ivan”: l’esordio “neorealista” di Andrej Tarkovskij

di

Tatiana Carrabs

L’infanzia di Ivan è un film del 1962 del regista sovietico Andrej Tarkovskij, trasposizione cinematografica del romanzo Ivan di Vladimir Bogomolov, vincitore del Leone d’Oro come miglior film al Festival del Cinema di Venezia.

 Si tratta della pellicola di esordio del regista che, insieme ad altri  titoli come StalkerSolarisLo specchio, lo consacrano a mostro sacro del mondo cinematografico. Per descrivere la carriera di questo regista , potremmo citare una frase di un altro grande cineasta: François Truffaut. Secondo quest’ultimo “Un cineasta fornisce tutte le indicazioni su quella che sarà la sua carriera nei primi cinquanta metri di pellicola che impressiona” e, nel caso di Tarkovsky, la prima prova viene accolta con esiti positivi dalla critica ed in essa saranno contenute già  le caratteristiche essenziali delle opere successive.

Il film ha come protagonista un bambino, Ivan, che ha perso entrambi i genitori e si ritrova a fare l’inviato di guerra nello scontro sul fronte Orientale tra Unione Sovietica e Germania durante la seconda guerra mondiale. La prima scena infatti si apre con il bambino che approda in un campo da guerra sovietico e chiede ad un tenente di chiamare a suo nome  le alte sfere dell’esercito, quest’ultimo sentendo che la richiesta è fatta da un bambino resta sbalordito  ma decide di chiamare lo stesso il comando dal quale scoprirà che, effettivamente, il bambino  è sotto la loro speciale protezione. Nel corso del film si capirà l’importanza di Ivan nelle missioni di guerra soprattutto quelle lungo il fiume perché egli essendo piccolo e tenace, riesce a reperire informazioni scampando facilmente alla ferocia nemica. Attraverso l’uso di flashback che riportano lo spettatore in un mondo onirico che spesso infatti coincide con le ore di sonno di  Ivan, si captano pezzi del passato di un bambino che spesso  si trova in situazioni serene con la madre o con alcuni amici.

La natura partecipa nel film come elemento essenziale infatti in un bosco ci sarà  una delle scene più iconiche di tutto il cinema: viene mostrato il momento in cui il Colonnello Kholin  e l’infermiera Masha si scambiano un bacio sospesi sulla trincea, un’immagine estremamente significativa ed evocativa.

Al centro del film viene sviluppata un’evidente tragedia segnata dall’immagine di un bambino che diviene un mezzo fondamentale per la guerra,  da alcune affermazioni di Ivan  infatti si capisce  subito come egli non possieda nessun sentimento riconducibile alla  paura e soprattutto egli  mostra una certa sfrontatezza nell’ammettere di non avere  niente da perdere nonostante sia ancora così giovane.  Egli odia il nemico e in particolare i tedeschi, molto probabilmente perché hanno causato la morte di entrambi i suoi genitori. I sogni e i flashback contrappongono due modi di vita opposti: da una parte un bambino spensierato che gioca con i suoi coetanei, dall’altro la ferocia della guerra e la solitudine che lo hanno trasformato in un elemento  essenziale del combattimento. Il film scorre attraverso delle immagini di guerra ma il nemico viene mostrato solo attraverso le bombe o gli spari. C’è un crescendo di paura nell’ultima missione che compiono insieme i tre protagonisti ( il tenente Galtsev, il colonnello Kholin e il piccolo Ivan). Non si percepisce una forzatura, quasi si accompagna questo bambino verso il suo destino. La fine ancora più tragica di tutto il resto del film, lascia un senso di malessere e vuoto, gli stessi sentimenti portati dalla guerra che logora chiunque la combatta.  I russi entrano a Berlino dopo la fine della guerra e il  tenente Galtsev  scopre tutto quel che è successo ad Ivan dopo averlo perso di vista dopo l’ultima missione, egli  scopre tutto  grazie a dei documenti ritrovati  negli uffici del Reichstag ormai abbandonati.

Una prima prova riuscitissima, di un regista che dona un marchio particolare a questa storia sì tragica ma allo stesso tempo anche neorealista. Non è un caso che anche qui venga scelta la storia di un bambino, che rappresenta la storia di coloro che seppur innocenti hanno vissuto in un’epoca in cui non lo si poteva essere. Un bianco e nero scorrevole e  giusto, a sottolineare una mancanza di colore per il tipo di  storia raccontata.

Il finale mostra dei bambini che giocano in riva al mare, una scena che rimanda a un altro film che parla di un’infanzia difficile, I 400 colpi di Francois Truffaut, che si conclude infatti  con il fermo immagine che vede il protagonista, Antonie correre verso il mare con un sorriso. È  un  altro modo di vedere il mondo, in questo caso esso viene indagato dagli occhi dei bambini, così come avveniva  nel primo neorealismo, o come nell’ ultimo caso citato, nel film manifesto della Nouvelle Vague. L’innocenza persa in un mondo in cui giocare non è più possibile dove il mare resta l’unico elemento naturale che  può ricordare il tempo dei  giorni felici e sereni.

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