
Che il rapporto tra letteratura e cinema sia strettissimo sin dalle origini è, ormai, cosa nota ma è ugualmente bello vedere come, ancora oggi, ci siano registi che attingano dall’inesauribile pozzo della letteratura. E’ il caso di Leonardo Guerra Seràgnoli che, con un bellissimo esperimento stilistico, riporta sul grande schermo, a distanza di 56 anni dalla pellicola di Francesco Maselli, uno dei capolavori indiscussi di Alberto Moravia: “Gli Indifferenti”.
Il romanzo moraviano è del 1929 ed è il romanzo d’esordio dello scrittore romano che già contiene al suo interno quelle idee antiborghesi che ritorneranno prepotenti anche ne “La Noia” (1960).
“Gli Indifferenti” è considerato uno dei romanzi antiborghesi per eccellenza, in quanto, cerca di mettere a nudo i meccanismi psicologici di un sistema bigotto e totalmente concentrato su se stesso.
Il film di Seràgnoli resta fedelissimo alla trama moraviana ad eccezione di due punti: la vicenda viene decontestualizzata dall’epoca fascista (e questo in parte gioca a discapito del realismo che si cerca di mantenere) per essere trasposta nella Roma contemporanea e una piccola modernizzazione riguarderà anche il finale. Ritroviamo, dunque, la famiglia Ardengo composta dalla vedova Mariagrazia (Valeria Bruni Tedeschi), Carla (Beatrice Grannò) e Michele (Vincenzo Crea) che, indifferenti al mondo circostante e restii al cambiamento naturale, cercano di rimanere aggrappati al loro microcosmo borghese andato in frantumi dopo la morte del capofamiglia. Mariagrazia cercherà conforto nelle braccia dell’arrivista Leo (Edoardo Pesce) che tutt’è fuorché interessato realmente al benessere della famiglia. Incomunicabilità è la parola che regna sovrana in casa Ardengo. Michele sembra essere il solo elemento per cui un cambiamento e una ribellione sembra possibile ma, alla fine, emblematica è a tale proposito la scena nel prefinale della preparazione al ballo in maschera, anche lui indosserà la sua maschera sotto la quale celerà la sua decadenza morale, per essere pienamente assorbito all’interno del sistema. Sarà Carla, invece, a cercare di ribellarsi e a produrre rumore davanti ad una madre volutamente sorda. Il terremoto che scuote Roma con le sue scosse di assestamento troverà corrispettivo diretto nel terremoto che avrà come epicentro casa Ardengo di fronte al quale, però, il nucleo famigliare resterà indifferente.
“Gli Indifferenti” è un prodotto ben confezionato che si basa sulla bravura di un cast di livello, in cui compare anche Giovanna Mezzogiorno nel ruolo di Lisa, e sulla potenza di una fotografia evocativa che sottolinea la geometria dei corpi e il loro continuo rapporto col mondo esterno. Spesso osserviamo, durante il film, i movimenti della famiglia Ardengo attraverso specchi o vetri che rimandano a quella sorta di “campana di vetro” protettiva sotto la quale cercano a tutti i costi l’autoconservazione. La fotografia, le inquadrature rapide e aeree su Roma, la musica ad alto volume che copre i pensieri rimandano ad un altro grande capolavoro sulla Roma decadente, ovvero, “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.
Resta, comunque, un film godibile ma senza troppe pretese, se non stilistiche, che immerge lo spettatore in uno spaccato di vita per poi sputarlo fuori a fine pellicola.
