“Edward mani di forbice”: la favola di Tim Burton compie trent’anni

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Era il 6 dicembre del 1990 quando Tim Burton presentava, in prima assoluta a Los Angeles, il film che lo avrebbe consacrato come “il miglior regista di pellicole fiabesche e gotiche“: “Edward mani di forbice.” Il film, inserito nel genere fantascientifico e sentimentale, resta ancora oggi, a distanza di trent’anni, uno dei film cult per eccellenza.

Edward ha una storia particolare: nasce dalla matita del regista quando giovanissimo, tra i banchi di scuola di Burbank, disegna un personaggio immaginario dai capelli arruffati e con delle forbici al posto delle mani. Questo personaggio, nato tra i fogli strappati di un diario, era il simbolo di un forte disagio generazionale: la difficoltà di comunicare e sentirsi accettato dai suoi coetanei. L’ emarginazione e la diversità sono, infatti, i temi cardine del film. A prestare il volto ad Edward sarà un giovane Johnny Depp con uno sguardo ricco di ingenuità e disagio. La pellicola del 1990 segnerà, oltre all’inizio della famosissima love story tra Johnny Depp e Winona Ryder nei panni di Kim, anche l’avvio del sodalizio intellettuale tra Burton e Depp che diventerà il volto immancabile in diversi suoi film (basti pensare ad “Alice in Wonderland”, “Il mistero di Sleepy Hollow”, “Sweeney Tood”, ecc).

“Edward mani di forbice” è, sostanzialmente una fiaba eziologica che ha, inoltre, il merito di trasformare il disagio e la debolezza in poesia pura.

Tutto parte dalla domanda di una bambina alla sua nonna in una gelida serata invernale: “Come nasce la neve?”. La nonna per spiegarle l’origine della neve le racconta la storia di Edward.

L’incomunicabilità è uno dei drammi più profondi dell’umanità. Gli uomini comunicano, oltre che con le parole, anche coi i gesti e come può Edward, sprovvisto di mani, donare una carezza alla donna che ama? L’ angelo di ghiaccio e la neve che cadono sul viso della giovane saranno le sue carezze per lei. Un’eziologia dolcissima che si scontra con una profonda critica alla superficialità e alle apparenze che condannano gli uomini alla superficialità.

La differenza tra i due mondi, il mondo di Edward e la piccola cittadina fintamente paradisiaca dove vive Kim, è tutta ravvisabile nella discromia: il grigio e il nero di Edward contro i colori accessi delle villette cartonate.

Il timbro di Burton, quindi, si nota sin dagli albori: la sua fotografia riconoscibile e la sua abilità nel trasportare in mondi alternativi, lontani, eppure così intimi.

“Edward mani di forbice” resta uno degli imperdibili film da scartare sotto l’albero.

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