“I 400 Colpi” di François Truffaut: il film manifesto della “Nouvelle vague” e il rapporto con il neorealismo italiano.

DI TATIANA CARRABS E CHIARA IMBIMBO

“I 400 Colpi”, realizzato nel 1959 da Traffaut, è il film manifesto della nouvelle vague, un movimento, nato nella seconda metà degli anni cinquanta in Francia grazie all’operato di alcuni critici e cineasti che decisero di trasformare completamente il cinema francese di quegli anni, definito eccessivamente  stereotipato e poco artistico. Una sorta di movimento di protesta, a cui allude anche il titolo del film il cui significato in italiano può essere tradotto come “fare casino”, “essere ribelle”, che dà vita a grandissimi film.

Il film, ambientato a Parigi, racconta la storia del piccolo Antonie Doinel, alterego del regista. La pellicola richiama immediatamente la tendenza, comune ai cineasti italiani del neorealismo, di descrivere, attraverso la denuncia cinematografica,la situazione sociale del paese. A questo modo di fare cinema si ricollega, infatti, anche la scelta di bambini come protagonisti; basti pensare ai grandi capolavori di De Sica-Zavattini come “Sciuscià” o Germania anno zero” di Rossellini, per citare i più rappresentativi.  Il mondo, narrato attraverso gli occhi di un bambino, potrebbe alludere ad un desiderio di ritorno ai valori genuini, un consiglio per gli adulti per un mondo che può essere più educativo del loro.

Il film ripercorre e analizza, senza giudicare, tutti i sentimenti di un bambino trascurato dalla famiglia, nel quale non si possono non scorgere segnali fortemente autobiografici di Trauffaut ma che possono essere anche interpretati come una  metafora del cinema che, secondo il regista e gli altri rappresentati della nouvelle vague, allora era eccessivamente conformistico.

Il piccolo Antoine si mostra come un bambino ribelle al di fuori dell’ambiente familiare, egli vive in una Parigi che a un certo punto della narrazione si mostra  rasserenante e accogliente, come quando il ragazzo scappa da casa, e la città lo accoglie nel suo grembo sicuro per una notte  fino alle luci dell’alba. Antoine è un bambino che esegue delle  mansioni  che competono  già ad un adulto: apparecchia la tavola, butta ogni sera la spazzatura, aiuta i genitori per le faccende domestiche ma, fuori da quell’ambiente, commette dei piccoli furti o fa altre bravate. Questo comportamento così diverso nei due ambienti, viene implicitamente associato al comportamento di una madre che lo evita e non dà ascolto alla sue parole e che, anzi, sembra  non volerle comprendere. In uno dei giorni in cui Antonie marina la scuola con il suo amico, vede per strada la madre baciare un altro uomo ma deciderà di comportarsi da grande e non dirà nulla al padre, subendo paziente le scelte degli adulti, tenendo per sé anche un segreto cosi grande.  Il padre, invece,  sembra essere un personaggio abbastanza positivo fino a un certo punto della narrazione ma, come vedremo alla fine, si arrenderà e  non riuscirà a comprendere i reali bisogni del bambino. Un’aspra critica viene fatta dal regista anche all’istituzione scolastica, polo formativo importantissimo nella vita di un bambino. Lì l’insegnante propone una rigida disciplina, frenando i ragazzi nella loro libertà espressiva e di pensiero, come avviene con una lettura di Balzac., fatta da Antonie, il cui punto di vista viene aspramente criticato e osteggiato.

Dopo l’ennesimo sbaglio, coronato da un furto,  Antonie viene denunciato  dal padre  presso la polizia, che propone  al genitore  come soluzione per il figlio un periodo in  riformatorio. Il bambino passerà una notte in prigione e, prima di andare in quel luogo di punizione, il regista ci regala la scena più emblematica del film: Antonie  dietro a  delle sbarre,  chiuso letteralmente dentro ad una gabbia, con uno sguardo che è  solo apparentemente attento ma, in realtà pieno di paura. Un’immagine, quella della notte in prigione o del trasporto di Antonie in riformatorio, che stona con tutto il resto, per la sua assurdità. Si vuole mostrare una devianza che effettivamente non trova appiglio nella realtà, Antonie è pur sempre un bambino, non ha nulla di malvagio e incomprensibile.

Nel frattempo verrà spiegata anche la vera storia dei genitori di Antonie, da cui si cercherà di trovare una giustificazione ai comportamenti distaccati di entrambi  nei confronti del bambino.  

Nelle ultime scene  del film  vediamo il  protagonista  scappare dal riformatorio, luogo di costrizione e regole rigide e la prima cosa che si accinge a fare  Antonie, dopo la fuga, è andare al mare. Quest’ultima scena, staccata da tutto il resto, fa pensare allo spettatore  solo ad una  visione tenera di un bambino che corre verso il  mare. In realtà, dopo aver visto  tutto il film, e  dopo aver compreso il significato della libertà associata al mare, quel finale provoca un senso di malessere poiché  ci  si rivede  in quel bambino che si diverte, che  sceglie una delle cose che rappresenta meglio il concetto di stupore e libertà. Attraverso uno dei più famosi fermo immagine della storia del cinema vediamo semplicemente  un bambino sorridente e niente di più.

 Un grande film sull’infanzia incompresa che non giudica ma semplicemente descrive un cambiamento, lo spettatore si mostra come unico giudice che può assolvere o condannare. L’ultima immagine però lascia spazio ad una sola verità: la dolcezza di un bambino che corre verso il mare, dopo esser scappato da un luogo di detenzione.

 In “I 400 Colpi” Antonie diventa portavoce di una situazione comune a molti bambini che condanna l’indifferenza della società verso alcuni comportamenti da cui conseguono azioni estreme e inutili, soprattutto se rapportate ad un bambino.

Una lunga riflessione sulle figure più importanti nella formazione di chi poi diventerà uomo e quindi il futuro della società e una forte condanna all’indifferenza vista come il peggiore dei mali. A volte, tutto ciò che bisogna fare, è osservare con attenzione e l’occhio della macchina di Truffaut è attento e carezzevole su una tematica così delicata.

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