
I fratelli D’ Innocenzo, classe 1988, sono i registi italiani che ultimamente, dopo il successo di “Favolacce”, sono al centro dell’interesse della critica. L’esordio dei gemelli romani risale però al 2018, anno in cui esce la loro opera prima “La terra dell’Abbastanza”, film che paga lo scotto di arrivare nelle sale italiane sul finire della stagione cinematografia (parliamo del giugno 2018). Il film, che si regge, quindi, su un passa parola generale, riesce ugualmente ad ottenere un gran riscontro da parte del pubblico e della critica vincendo il David di Donatello del 2019 come miglior regista esordiente e migliore sceneggiatura.
Procedendo a ritroso, infatti, possiamo affermare che la poetica che regge “Favolacce” è coerente con quella espressa nella prima pellicola. Anche in “La Terra dell’Abbastanza” ci troviamo nella periferia romana, che risulta ancora più degradata rispetto a come sarà in “Favolacce” dove i protagonisti saranno piccolo-borghesi. Lo spettatore assisterà, attraverso l’occhio della macchina da presa dei D’Innocenzo, che è praticamente cucita addosso ai personaggi, le vicende di due giovanissimi amici Mirko (Matteo Olivetti) e Manolo (Andrea Carpenzano), volti giovani e quasi sconosciuti che si calano benissimo nel ruolo di diciasettenni asfissiati dallo squallore della periferia e in cerca della loro svolta epocale che, per una nefasta coincidenza, arriva. Come controparte a questi volti giovani, ma fortemente credibili, ritroviamo Luca Zingaretti nei panni di Angelo, Max Tortora nei panni di Danilo, Giordano De Plano nel ruolo di Simone e Milena Mancini nei panni di Alessia. Un cast che funziona.
Il film rimarca la scia dei noir italiani che, negli ultimi anni, sta dando grandissimi risultati, basta pensare a Garrone, con il quale i D’Innocenzo collaborano per la sceneggiatura di “Dogman”, al “Suburra” di Sollima e Giovannesi con la sua “Paranza dei Bambini”. Un cinema d’autore che non può non richiamare alla mente il compianto Caligari e il suo “Non essere cattivo” (2015) per quanto concerne trama, ambientazione e colore della pellicola.
La condanna atavica, che ricorda un pò quella verghiana, presente in “Favolacce” è quella che regge anche “La Terra dell’Abbastanza”: i protagonisti, che sono sempre giovani o giovanissimi, non possono migliorarsi, non possono essere migliori di ciò che il “milieu” circostante li obbliga ad essere. E, come ricorda “Passacaglia della vita”, lapidaria colonna sonora di chiusura di “Favolacce”: “Non si può guarire. Bisogna morire”. La morte risulta essere sempre l’unico strumento di liberazione. Altro punto di contatto tra le due pellicole è la critica al mondo degli adulti/genitori che, anche in questo caso, danno consigli sbagliati ed eludono ogni possibilità di vita migliore. Genitori che accettano silenti le condanne a morte dei propri figli, subito pronti a trasformare l’amore filiale in un tatuaggio da ostentare.
“La Terra dell’Abbastanza” è quel luogo in cui non c’è “molto” e quel luogo in cui, se vogliamo sopravvivere, dobbiamo accontentarci di quell'”abbastanza” che, però, se paragonato agli effetti del “molto”, non è nemmeno “poco”.
Sicuramente i due registi ci regaleranno ancora altre pellicole di valore.
