
E’ il 1998 quando il regista australiano Peter Weir, già reduce dell’immenso successo di “L’ attimo fuggente” (1989), porta sul grande schermo uno dei film che ha fatto la storia: “The Truman Show”. Il consenso della critica fu immediato e, oltre a 6 candidature agli Oscar, il film conquistò 3 Golden Golbes, incassando ai botteghini italiani 10,5 milioni di euro.
“The Truman Show” è un film che non smette mai di dire ciò che ha da dire e che conserva un’attualità immensa se paragonata ai giorni nostri.
Truman Burbank, interpretato dal volto celeberrimo di Jim Carrey, anche lui già reduce dal successo di “The Mask” (dal cui ruolo si smacca con una performance di livello), è un giovane trentenne che vive a Seahaven, un isolotto paradisiaco dove tutto è terribilmente perfetto, dai tramonti ai vicini sempre gentili e sorridenti. Quest’ambientazione fiabesca e “cartonata” richiama immediatamente alla mente un’altro paradiso/non paradiso che è quello di “Edward Mani di Forbici” di Tim Burton (1990).
Ma..“Cosa succederebbe se un giorno scoprissi che il mondo in cui vivi è, in realtà, un set di uno show televisivo di cui tu sei inconsapevolmente la star?”. Questo è il dramma in cui si troverà coinvolto il giovane Truman. Uscire dalla comfort zone, squarciare il velo di Maya, è necessario per coloro che vogliono “vivere” e osservare un infinito che non abbia fine.

“The Truman Show” risponde ad un’esigenza precisa che è quella di criticare la nascente moda dei “reality show” che, oggi possiamo dire, di strada ne hanno fatta tanta. Dalla moralità distorta che si nasconde nell’osservare/spiare la vita degli altri, alla critica spietata al voyeurismo che oggi ci accompagna più che mai. Il regista mette in scena una delle più grandi situazioni perturbanti per l’essere umano: la paura di essere spiato. Potremmo parlare di piena attuazione della teoria del filosofo inglese di fine Settecento Bentham e del suo Panopticon: una prigione in cui il detenuto non può osservare ma è perennemente osservato. Non si può non pensare anche ad un’attuazione, certamente meno cruda, di “1984” di George Orwell e al suo “Big Brother” sempre lì ad osservarti.
Il film rivela sin da subito allo spettatore cosa sta guardano: tutta la pellicola è, infatti, disseminata da indizi che vanno a sottolineare che quello che guardiamo è uno show, come le sponsorizzazioni di prodotti durante una comune lite coniugale.
La pellicola di Weir, dunque, spazia dalla critica ai reality ai temi filosofici come il bisogno di vita, evasione e conoscenza. Temi validi ieri, oggi e sempre. Lo spettatore non può non immedesimarsi con Truman nel quale, in parte, rivede le sue ansie e le sue angosce: in questo senso, siamo tutti un pò Truman, intrappolati nelle nostre gabbie, mentali e non, alla disperata ricerca di una porta con la scritta “Exit”.
Risulta inquietante però, il pensiero di come l’umanità si sia evoluta negli ultimi 20 anni: quando uscì il film, probabilmente, gli spettatori, ancora legati al concetto di privacy, furono turbati da questa possibilità di essere monitorati perennemente. Oggi, invece, basta fare un giro sui social per capire come in realtà il pubblico vuole essere Truman, vuole essere osservato anche nelle sue azioni futili e quotidiane.
Un evergreen che non stanca mai.
