
Ci sono favole e ci sono “Favolacce”. Quella che ci raccontano i fratelli D’Innocenzo nella loro opera seconda è, come si evince immediatamente dal titolo, una favolaccia, una di quelle storie che non vorremo mai sentirci raccontare e che presenta tutte le caratteristiche di un sogno, o meglio, un incubo ad occhi aperti.
“Favolacce”, distribuito on demand l’11 maggio scorso, rimarca il caratteristico modo di fare cinema dei D’Innocenzo già conosciuto in “La Terra dell’Abbastanza”. Premiato al Festival di Berlino con l‘Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura ha riscosso un consenso comune da parte della critica.
La storia si ambienta in un luogo-non luogo: una torrida Spinaceto illuminata da un sole innaturale . Tutto è falsamente perfetto: le villette a schiera delle famiglie piccolo-borghesi, le cene tra amici e i sorrisi forzati che nascondo drammi. Unica costante il frinire ininterrotto delle cicale che, come un martello pneumatico, rendono quelle vite insopportabili. Le immagini saranno accompagnate dalla voce narrante di Max Tortora che presta la sua timbrica ad un uomo qualunque che, nel bidone dell’immondizia tra le riviste di gossip della piccola borghesia annoiata, ritrova un diario scritto da un’anonima ragazzina. L’uomo leggerà il diario e, le immagini e le storie di gente che non conosce, passeranno nella sua mente e sullo schermo. E’ in quelle pagine che troveremo la storia di Bruno (un sempre calzante Elio Germano), Dalila (Barbara Chicchiarelli) e dei loro figli. Incontreremo il piccolo Geremia (Justin Korovkin) e suo padre Amelio (Gabriel Montesi), e la dolce Viola. Ragazzini che pagano lo scotto di una vita che non si sono scelti. Il grande dramma visibile e percepibile tra le immagine di “Favolacce” è quello dell’incomunicabilità tra genitori e figli. Genitori che credono di sapere ma che, in realtà, dei propri figli non sanno nulla. Se si dice che i figli non comunicano con i genitori, nella pellicola dei gemelli romani, succede il contrario: sono i ragazzini a chiedere e cercare di instaurare continuamente un dialogo, sono loro che parlano, anche solo con i loro occhi o con i loro atteggiamenti, ma gli adulti non hanno occhi e non hanno orecchie.
Un film che si presenta come una favola nera: il racconto di una ragazzina che scrive una diario segreto e, forse, lo riempie di cose nemmeno accadute; ma di favola, intesa come racconto lontano dal reale, il film non ha proprio niente anzi, la puzza di sudore, il disagio che i volti emanano è fin troppo reale. Un film realista, di quel realismo dinanzi al quale lo spettatore borghese gira la faccia e, che per il suo essere realizzato ad altezza di bambino, ricorda proprio i film neorealisti di Vittorio de Sica, come “Ladri di Biciclette”, dove anche lì le bruttezze del mondo si imprimono ed esprimo attraverso gli occhi del piccolo Bruno.
Tutta la forza del film si basa sulle inquadrature che prediligono i primi piani nudi e crudi, soprattutto quelli dei bambini (gli adulti, invece, vengono inquadrati in maniera fugace, spesso di spalle o di profilo, per sottolineare il loro essere sfuggenti) e su una sceneggiatura secca e asciutta ma perfettamente costruita. Come in ogni film ben fatto, nulla è lasciato al caso e anche le musiche del film vengono ben scelte passando dal pop del 2005 di Paolo Meneguzzi con la canzone “Sara” del album “Favole” alla lapidaria canzone classica Passacaglia della vita eseguita da Rosemary Standley e Dom la Nena: “Non val medicina, non giova la China, non si può guarire, bisogna morire”.
“Favolacce” è stato definito un film che cambierà il modo di fare il cinema italiano. Questo non possiamo dirlo ma, sicuramente, ha gettato un potente seme in un terreno sempre fertile come quello del nostro cinema. Un film che vale la pena vedere e che ricorda che le favolacce esistono ma che noi adulti abbiamo il compito di far si che i nostri figli, un giorno, possano raccontare solo favole davvero accadute.

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