
“7 ore per farti innamorare” segna l’esordio registico di Giampaolo Morelli, attore già collaudato sul piccolo e sul grande schermo, che torna al “cinema” con la trasposizione cinematografica dell’suo omonimo romanzo del 2013.
Il film, che sarebbe dovuto uscire nelle sale italiane nel mese di aprile, a causa delle tristi circostanze storiche, è disponibile dal 20 aprile sulle piattaforme streaming (no Netflix).
“7 ore per farti innamorare” rimarca, appunto, la scia dei film realizzati dai fratelli Manetti a cui Morelli ha partecipato come “Song’ e Napule” e “Ammore e malavita” rimettendo insieme anche il sodalizio collaudato Giampaolo Morelli/Serena Rossi che riescono a rendere brillante una commedia prevedibile e non innovativa che, per dialoghi e fotografia, rimanda subito alle pellicole di Alessandro Siani. Per la sceneggiatura, infatti, Morelli si avvale di Gianluca Anselmi, storico sceneggiatore dei film di Siani.
In primis va detto che la pellicola si ricollega immediatamente, già dal titolo, alle commedie romantiche americane e, in particolare, al prototipo yankee “Come farsi lasciare in dieci giorni” con il bel Matthew McConaughey. Solo che, in questo caso, siamo in una Napoli viva e colorata e Morelli, non è il playboy di turno ma Giulio Manfredi, uno sfigato giornalista di economia che pende dalle labbra della sua futura moglie Giorgia, interpretata dalla bellissima Diana del Bufalo bravissima a calarsi nel personaggio di donna stupida e superficiale.
In amore non ci sono regole. Eppure qualcuna semplice e banale c’è e Valeria, interpretata da Serena Rossi, le conosce tutte. Le strade di Giulio e Valeria, a causa di una serie di incontrollabili e comiche coincidenze si incontreranno, e tutto verrà messo in discussione.
Nel cast ritroviamo campioni di comicità napoletana di cinema e teatro come Vincenzo Salemme, nei panni del redattore dell’improbabile rivista Machoman, Massimiliano Gallo e Gigio Morra. Una comparsa inaspettata quella di Diletta Leotta che interpreta se stessa nel prefinale. Un plauso, inoltre, va fatto alla sempre calzante Antonia Truppo, che anche in questo caso, seppur con qualche colore di troppo, riesce a rendere credibile il suo personaggio.
Un film ben fatto e costruito in cui lo strabordare di cliché, che pare non si riescano proprio a sradicare quando si parla di Napoli, risultano gradevoli per lo spettatore che cerca leggerezza, risate e riflessione.

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