
In questi giorni particolari in cui siamo tutti relegati alla solitudine e confinati ai sentimenti digitali, il mio consiglio cinematografico è “Her” pellicola del 2013 del regista statunitense Spike Jonze.
Jonze vince l’oscar nel 2000 come miglior regia per il film “Essere John Malkovick” e due anni dopo con “Il ladro di Orchidee”, ma è con “Her”, al quale lavora come sceneggiatore e regista, che mostra tutto il suo talento vincendo l’oscar come migliore sceneggiatura.
“Her” si muove su un territorio già battuto dei genere fantascentifico: Jonze ci proietta in una Los Angeles del 2020 dove a regnare sovrana è l’innovazione tecnologica. Theodore, interpretato da Joaquin Phoenix, è uno scrittore che si guadagna da vivere scrivendo lettere per altri. Nelle prime scene Jonze ci dice già tutto di lui: è un uomo solo che non ha ancora superato il divorzio dalla sua ex moglie, è abituato alla tecnologia (e ai giochi interattivi) ed è abituato a non vedere, affidando tutto il poter espressivo alle parole: scrive lettere d’amore per persone che non sempre conosce, ascolta le notizie attraverso le auricolari senza nessun supporto visivo. Con questi presupposti il regista getta le basi per quello che avverrà dopo.
Un nuovo software (OS 1) basato sul lancio di assistenti personali dotati di capacità emotive in perenne sviluppo, trascinerà Theodore fuori dalla sua solitudine insegnandogli, paradossalmente, a vedere il mondo con occhi nuovi. “Lei” è Samantha che parlerà attraverso la voce di una delle attrici più sexy in assoluto: Scarlett Johansson (ovviamente per il doppiaggio in lingua italiana ci accompagnerà, magistralmente, la voce di Micaela Ramazzotti).Samantha diventerà, dialogo dopo dialogo, sempre più umana e Theodore crescerà insieme a lei. Come in ogni sana storia d’amore, i componenti della coppia miglioreranno, si evolveranno guardando nuovi orizzonti.
Trovarsi in un futuro di questo tipo potrebbe giustamente risultare angosciante ma il film rimarca quel rapporto positivo tra l’uomo e una tecnologia che non aliena, alla strega di “Wally-E”. Una tecnologia positiva che non deumanizza ma, al contrario, si umanizza.

Ci troveremo dinanzi ad un completo e profondo rapporto di coppia, fatto di sesso, tenerezze e gelosie ma il volto che vedremo sarà sempre e solo quello di Phoenix, bravo a tal punto da non far mai pesare l’assenza fisica di Samantha. Un messaggio positivo anche dal punto di vista romantico: l’amore, basato inevitabilmente sul contatto fisico, è talmente potente da andare oltre diventando una forza eterea ma ugualmente tangibile.
Oltre i toni fantascientifici riscontriamo anche quelli del melodramma sentimentale di un uomo impotente inserito in un modo e una metropoli accecante che in qualche modo limita. Come limitato è il rapporto tra i due che non possono toccarsi; ma anche nella vita reale può succedere l’impossibile se si chiudono gli occhi. Jonze nel prefinale rimarcherà la scelta stilistica fatta da Tim Burton nel 1991 con “Edward mani di forbici”. Le due storie, seppur molto diverse, sono accomunate dallo stesso problema: l’impossibilità di accarezzare chi si ama. In “Her”, proprio come nel film cult di Burton, la carezza verrà affidata al tocco delicato della neve, quel tocco che avvicina.
Il finale, invece, sarà l’alba di un nuovo giorno, atteso da Theodore sul tetto di un grattacielo: tutto è ormai superato ma resta la speranza di ritrovarsi un giorno. Anche qui non può non venire in mente il finale di “Vanilla Sky” di Cameron Crowe del 2002:
“Ci rivedremo nella prossima vita; quando saremo tutti e due gatti.”
“Vanilla Sky”,2012


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