“Vivere”: la bellezza dell’imperfezione.

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“Vivere” è l’ultimo film della regista Francesca Archibugi, proiettato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

In “Vivere” ritorna, per quanto concerne la sceneggiatura, il trittico con Paolo Virzì e Francesco Piccolo, già sperimentato in “Notti Magiche”.

La pellicola è un frammento di vita quotidiana della famiglia Attorre. Ancora una volta ci troviamo dinanzi ad una città spaccata in due, una Roma madre e matrigna che accoglie tutti ma non sempre è accogliente. La famiglia Attorre, vive nell’estrema periferia della città in una delle tante anonime villette a schiera: Susi (Micaela Ramazzotti) è un ballerina di danza classica finita ad insegnare in una palestra per signore, il marito Luca (Adriano Giannini) è un giornalista freelance che vive di articoli improbabili e fake news. Susi e Luca sono i genitori della piccola Lucilla (Elisa Miccoli) che mal sopporta lo stress e la tensione dei genitori. Susi trascorre le sue giornate volteggiando, dentro e fuori dalla palestra, trascinando con se la figlia; Luca funge da anello di congiunzione tra la bella Roma, dove ha un’ex compagna (Valentina Cervi) e un figlio adolescente (Andrea Calligari), e la Roma periferica dove ci sono Susi e Lucilla. Nella Roma pariolina incontreremo anche Enrico Montesano nei panni di un importante avvocato diviso tra la politica e i vizi. Nessuno, nè Luca nè Susi, ha trovato il proprio posto nel mondo e, per questo, mal sopportano l’asfissia della vita. Il precario equilibrio viene silenziosamente rotto dall’arrivo di Mary Ann (Róisín o’Donovan), una ragazza alla pari proveniente dall’Irlanda (la tematica è stata già toccata dalla regista in”Il grande cocomero” e “Mignon è partita”).La giovane, devota ai valori tradizionali, verrà però coinvolta nel valzer della vita rimanendone graffiata.

Altra tematica molto cara alla regista romana, e che abbiamo modo di rintracciare anche in questa pellicola, è quella dell’infanzia: la piccola Lucilla, infatti, è l’unica vittima della situazione che si porta dietro un’asma cronica di matrice psicosomatica.

Sicuramente in questi 103 minuti non vedremo nulla di nuovo: la bellissima Micaela Ramazzotti sarà ancora incastrata nella solita parte della donna coatta, distratta e col trucco perennemente sbavato (come in “Posti in piedi in paradiso” o come sarà in “Gli Anni più belli”), Andriano Giannini sarà il classico uomo che nessuna donna spera di incontrare mai: una buccia vuota il cui frutto è stato mangiato da chissà chi e bilanciato solo dalla controparte maschile positiva di Massimo Ghini nei panni del Dott. Marioni. Presenza silenziosa ma costante, occhio attento e malinconico, sarà quella del vicino di casa degli Attorre interpretato da Marcello Fonte nel ruolo del vouyer Perin. Anche questo personaggio che poteva funzionare alla grande e che in realtà funziona, perennemente sulla linea di confine tra il comico e l’inquietante, risulta stantia perché paga lo scotto della troppa somiglianza col personaggio di Marcello, interpretato sempre da Fonte, in “Dogman” di Garrone uscito solo un anno prima.

Un film che, sicuramente, si presta a tante critiche causate anche dalle frequenti banalizzazioni e stereotipi in cui ci imbattiamo ma che merita comunque attenzione perché è fedele al progetto autoriale: “Vivere”.Nel film, infatti, vedremo la vita vera, quella imperfetta dove si incontrano uomini e donne imperfetti, schiacciati dalle loro preoccupazioni e dai loro limiti. Esseri umani insoddisfatti e destinati a rimanere tali perché condannati dalla paura del cambiamento al punto di lasciarsi vivere piuttosto che vivere realmente. Un film che brucia per chi sa che la vita non è come quella dei film e che, forse, l’happy ending non spetta a noi.

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