“Dogman”: quando le bestie siamo noi.

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Che Matteo Garrone sia un regista con la R maiuscola è ormai chiaro ai più, con il suo tocco vivido e penetrante ha portato, con coraggio, sul grande schermo pellicole di spessore. Oggi vi parlerò di “Dogman” del 2018 che fa da spartiacque alla parentesi fantasy e fiabesca in cui si inseriscono “Lo cunto de li cunti” (2015) e “Pinocchio” (2019). “Dogman” ha ottenuto un consenso stratosferico: premiato al Festival di Cannes, conquistato 7 Candidature al Nastro d’Argento e vinto ben 9 Devid di Donatello.

L’occhio di Garrone è particolarmente attento a cogliere (e raccogliere) quelle tracce umane dimenticate, costringendo lo spettatore a vedere ciò che non può più essere ignorato. In “Dogman”, così come era successo nella trasposizione cinematografica di “Gomorra”, ci troveremo dinanzi ad un umanità disumanizzata e abbruttita dalla prevaricazione, dalle ingiustizie e dalla povertà.

La vicenda, seppur romanzata (o per meglio dire depurata), è ispirata ad uno dei fatti di cronaca più crudi della storia di Italia: l’omicidio del Canaro. Garrone, infatti, ha custodito questo progetto per ben dodici anni facendogli spiccare il volo solo dopo l’incontro con Marcello Fonte, volto e anima adatta a conferire ad una tematica così pesante l’introspezione e la delicatezza necessaria.

Il film è ambientato in una terra desolata di periferia, schiacciata tra il cielo e il mare, e asfissiata da palazzoni fatiscenti (per questo un plauso alla fotografia meravigliosa di Nicolaj Bruel). In questo scenario dimenticato incontriamo Marcello (Marcello Fonte) che trascorre le sue giornate toelettando i cani del quartiere: è un uomo esile, timido ed estremamente gentile. Marcello è abituato a trattare con le bestie (passatemi il termine), anche con quelle più feroci, come il pitbull da combattimento che vediamo nella prima scena in cui è magistralmente anticipato tutto ciò che lo spettatore vedrà nei minuti successivi. Tutto il film è un continuo gioco di rimandi tra l’uomo e la bestia: i cani di Marcello, infatti, saranno testimoni silenti e malinconici delle vicende umane. Nei loro occhi, infatti, sarà riscontrabile tutta quell’umanità che manca all’uomo. L’abitudine di Marcello a non spaventarsi dinanzi a chi è più grosso e pericoloso, lo porterà ad instaurare un rapporto simbiotico con Simone (Edoardo Pesce), ex pugile cocainomane che rende impossibile la vita in quel quartiere dimenticato dove il branco accetta silenzioso e rassegnato la legge del più forte. Simone è una figura sfuggente, pochissime volte lo vedremo in primo piano, per la maggiore Garrone ce lo farà vedere di profilo o di schiena per sottolineare la sua presenza ingombrante e perché i suoi occhi sono già oltre, come lo sguardo di uno squalo che guarda ma non vede.

La contrapposizione tra le due fisicità dei protagonisti conferisce al film quel tocco grottesco che caratterizza quasi tutte le pellicole del regista. Marcello è sempre lì, indifeso e silenzioso ma speranzoso di poter cambiare il mondo. Ma il mondo non si cambia e finisce per cambiare noi. Anche Marcello cambierà nel tentativo di riprendersi la dignità che merita in uno “scontro” che non può non richiamare alla mente l’episodio biblico di Davide e Golia.

Le inquadrature sono impeccabili e la pellicola presenta i caratteristici colori garroniani che conferisce a film un tono crudo e al contempo fiabesco.

Un film senza fronzoli che mette lo spettatore a diretto contatto, senza filtri o mediazioni, con il lato bruto dell’umanità, quel lato al quale, troppo spesso, voltiamo ancora la faccia in attesa che il branco si svegli.

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